Poesie da Presagi minori

da Partenze e promesse. Presagi, puntoacapo, 2019


Su logore metafore di clepsamie

Tutto il mio tempo è un singolo granello
di sabbia, la certa caduta, l’attesa
di nuova mano che riazzeri il mondo,

ma Alex ha tredici mesi e compie i primi passi e cade
senza dolore. Si rialza veloce
lo sguardo all’infinito il muscolo ciliare
da fortificare. Per quale caso
l’esatta simmetria della clessidra
riflette i suoi fotoni, accoglie nello spettro
strettissimo tra il rosso e il viola l’orma
del presagio, la grigia profezia?

Vedete che non bastano le quattro dimensioni dello spazio!
E che non è l’intruso il tempo, ma la mano
che senza motivo lo capovolge?

E cosa mi dite di Luc, del suo modo
di guardare? Luce negli occhi. Marmo,
petali, la punta della matita
colorata, l’immobile clessidra
deposta sopra un piano orizzontale.
Un uomo che riposa a tempo fermo.

Vedete che non basta riportare
come prima lo strumento perché
ritorni indietro la stagione!
E che
anzi riprende, immune al paradosso,
a scorrere e a cadere:

è così che Maurice, cha ha qualche anno in più
passando le notti a testa in giù
come l’Appeso sull’abisso
vorrebbe ritornare nel ventre di sua madre
nella carezza della sola mano
nel prato azzurro prima d’ogni scelta

Ma si risveglierà ancora un altro giorno
avanti.



Una visione

Ci sarà tempo, ci sarà tempo/ […]
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere/ […]
E per cento visioni e revisioni
(T.S.Eliot, Canto d’amore di J. Alfred Prufrock)

Sfilano in basso boschi densi di cerri e faggi:
sono io il fruscio
o la remigante? O la distanza?

Palpebre spesse (anche das innere auge
è diventato opaco).

E ci sarà tempo? ci sarà tempo
davvero, J. Alfred?
non per cento, ma per una visione
ci sarà ancora tempo?
(speranze e azzardi sono differenti
a vent’anni, l’avrai compreso questo,
questo l’avrai sentito – e presto, credo –
tra i denti e le dita, senza aspettare
che si disperdessero vini a sera)

e tornerei –  e torno – sulle mie orme:
minute creature una ad una le stanno cancellando
h sì, Tiger il Navajo le saprebbe seguire,
nel suo alfabeto di fumo salvare
il racconto per l’attimo senza vento

le nubi piangono fuliggini e mirra
e sfilano, sfilano in basso boschi

in quale stanza d’acqua dimoro?
in quale cavità della stagione
morente io e te aspetteremo?



Della sapienza si è detto tutto

Vagavo, al confine tra i due mondi

Soffiavi a risalire le nuvole dal basso

     Lo vedi di qua
                 (il bosco deciduo è mille metri
                 più in basso)
     lo vedi, il confine della storia
     della vita (di questa vita)?

Le nuvole risalgono da valle
premono sul muro d’aria, si sperdono.

La nefelomante ha occhi che sbiancano
ora, e neri la notte
la sua stirpe ha consumato la luce
che inondava i colli
ha seccato il sapore della polpa
nell’ossessione del sarcofago
del suo corredo di granaglie

ma sono i miei occhi sul futuro
gli stessi che ieri sondavano di oggi
i titoli, le ascisse, i fotogrammi…
e nulla hanno veduto, nulla
neppure i gerani avviarsi a morire
le formiche aspettare.

Cosa vorresti ascoltare adesso?
Che scenderanno i cinghiali dai boschi
di mezza montagna e i corvi e le volpi
attorno alle immondizie?
(non più rondini, passeri e colombi
ma corvi, corvi dappertutto)
Cosa vorresti ascoltare che suoni
a canzone, a filastrocca, a ninna,
che non ti prema in fuga
al primo suono rauco della viola?

I miei occhi sul futuro
– nebbia di larghissime albe
osservano silenzî riprodursi

Perché è cosi, Asclepio
credi: della sapienza si è detto tutto
e taciuto di più.