poesie da Torri d’oltrefiume

in Custodi ed invasori, Mimesis-Hebenon 2005

La Nature est un temple où de vivants piliers
laissent parfois sortir de confuses paroles
(C. Baudelaire)


(Cadevano cose d’ogni genere…)

Cadevano cose d’ogni genere dalla torre durante i temporali
nel vento del tramonto
spiovevano in cerchio detriti, vecchie cornici,
medaglioni di latta

le remiganti di corvi e storni galleggiavano in vortici d’aria
mi facevi osservare le passioni fatte materia (grovigli di nastri,
filamenti rugginosi) con suoni sordi precipitare
(ed erano i giorni del tempo andato
quel pulviscolo chiaro
che un po’ scendeva e un po’ saliva al cielo)



La questione del nibbio

Resta incerta la questione del nibbio
quando immobile nell’aria governa
le brezze che scorrono tra le piume
con ali distese che non mostrano né spasmo né dolore
e si fa simbolo: croce imperfetta ed anello dell’immanente morte.

Si dice che il rapace fermo in cielo
assuma posa come di spirito santo nelle icone pentecostali
sulla fronte del Cristo del Verrocchio mentre il Battista innesca il suo destino.

Il dilemma è proprio in questo offrirsi
paradosso del predatore in veste
di bianca e santissima colomba o, all’inverso, nell’atteggiarsi
ardito, inebriato e forse commosso
della palomba (condannata a un volo battuto ed insistente,
miracolata per divina scelta e per un simbolismo di maniera)
nella suprema posa del falcone.

Ma spesso i ruoli cambiano
con le occasioni e tra vittima e predatore
si stringono alleanze insospettabili:
un vicendevole amore dilata l’ostia esigua del dare per avere:
o le ho viste bene, arvicole e lepri,
squittire e porgersi in luce incidente,
chiamare l’angolo giusto alla vista
del rapace, scegliersi il carnefice,
farsi dono esiziale,
nell’attimo estremo amarne l’artiglio
e, non trascurabile fattore per le creature di terra,
desiderarne il volo.

(Questo è il campo dei suoni senza luce)

Questo è il campo dei suoni senza luce
dove le foglie secche sul sentiero, indurite dall’agonia e dal vento,
sono alle spalle unghie e fiati di cani d’ombra, incorporali,
che inseguono il sussulto delle arterie fiutando nella nebbia la paura.

È il luogo delle luci senza suono:
io non posso invocarti in questa notte muta
che non reca perdòno né promesse,
non ti desidero stella d’albedine
che con raggio azzurrino ridai moto alle sfere:
non in questo gorgo, in questa guerra nera,
dove nel vento intollerante sfuma 
anche il mite profumo del sambuco.


(Sto fermo nella notte innanzi al fiume)

Sto fermo nella notte innanzi al fiume
dal ponte immagino le curve scure
nell’assoluto nero ne ascolto il moto ininterrotto e inquieto
i flutti che trasportano di un altro inverno nevi.

Scivolano promesse tra gli argini di destra e di sinistra
l’ostinazione di chi mette radici di chi sputa un alibi qualsiasi.

Riposano gli uccelli nella notte e gli altri respiri alati.

Le sentinelle anelano l’aurora,
il giaciglio di luce
dove la parola ama la pietà
e la pietà possiederà il silenzio, cautamente ne riempirà la coppa
delle mani, come d’acqua di fiume,
veleno, pianto non più trattenuto.

Giungerà inavvertito un altro legno abbandonato al mare.