Poesie da Typi et simulacra

in Custodi ed invasori, Mimesis-Hebenon, 2005

Poor, pale, pitiable form
That I follow in the storm
(W. Blake)

(Acque fossili abbracciano la pioggia…)

Acque fossili abbracciano la pioggia benedicente e calma:
falsa laguna collegata al mare da un sommerso canale
dal tempo in cui vacillarono i regni di Edom, senza cadere.

Pare una donna, dal vólto coperto,
che oscuramente fissa nel calmo specchio d’acqua
uno spazio screpolato e incolore del cielo occidentale

in equilibrio in mezzo alle colonne della misericordia e del rigore
la sta osservando il poeta, l’iniziato al mistero minimale
immobile, scolpito come l’alfa e l’omega sul marmo funerario,

ne riconosce il profilo dei seni e il fiato fecondante
i piedi nudi e bianchi, sotto la palude di fango e siero,
il profumo d’issopo. Solleva l’orlo della lunga veste:

la pelle è cifrata da fuoco e morsi di bestie d’ogni specie:
non una traccia venga cancellata
non una parola vada perduta.


(Dov’è il demiurgo, l’artefice minimo)

Dov’è il demiurgo, l’artefice minimo
di questa bolla di questa lacuna?
Dal buio intermedio più o meno profondo
sfilato dalla ruota delle luci vi osservo, volti di sughero e cera
e i vostri insolenti e grassi bambini dalle guance di lamponi già sfatti.

La sposa è bella perché è bella la sposa:
nel ballo la discinge il suo sudore e l’abito serpeggia oltre il ginocchio
lei non vede se stessa, nessuno può osservarsi
nel troppo stretto angolo del faro.
Si dice sia un mistero la dimenticanza
ma il movimento qui scorre in silenzio
ed anche il vino ha un più sottile odore.

Sono dunque io il demiurgo e mio è l’occhio che ora
vi crea e già sùbito vi maledice
intatto e incorruttibile
vi scruta dal nero della collina e le finestre accese.

D’altre vite è viva questa mia sfera mia eletta dimora.



(Qui nessuno conosce il proprio nome)

Qui nessuno conosce il proprio nome, nessuno ne ha memoria
e l’austro nella notte, il gorgheggio delle ore
lo sussurrano a voce troppo bassa

come puoi pensare, tu, tu anche dal nome posticcio
ch’io sappia sillabare in modo esatto
le varieganti lingue della fiamma
l’albero, foglia a foglia, nervatura a nervatura, le acque
tra il rivo ed il deserto, le potenze dagli occhi bianchi e d’oro?

quale voce, quale indecifrata eco
da questi versi esala per vie che come serpi
evadono recinti di algoritmi e i chiarori impermanenti
delle visioni stinte dalla pioggia?



Sul seme e sul tempo

et erit tamquam lignum quod plantatus est secus decursus
acquarum quod fructum suum dabit in tempore suo
(Salmi, I, 3)

Ha soltanto due scelte il seme nella zolla: marcire o ritornare
l’albero che nella secca sostanza del rinnovamento si è distillato
 – varianti ininfluenti del suo destino
sono i lisci incisivi dell’arvicola, lo zigrino del corvo
e il sonno nell’inverno della spora
è mera sospensione del giudizio:
nient’altro che luce o oscurità
al transito del cerchio
non grigi né penombre, nessuna vacillante via di mezzo:
o silenzio o verbo rammemorante
che canta e poi si sgretola e nasconde.

Ma non si facciano mai mancare
acqua e calore in giusta dose – ed aria buona quando verrà l’ora.
E si dovrà ammansire il demone del tempo
né spurio elemento né quintessenza
ma trascendenza o abisso.
Il tempo indossa
per tutti i suoi travestimenti il Numero
però lo porta male, lo deforma con nodi troppo stretti
lo stropiccia e lo corrode, lo rende inadatto alla misura e al conto
lo complica e lo raggruma. Ne rende
incalcolabile la giusta dose.

Ma tu sorveglia solo l’arroganza dei venti e 
delle sabbie che mai possa strapparti,
in impazienza e in disperazione
il certo e rassicurante argomento
che, più di tutto, al seme serve tempo.