Poeti (di Torino) in dieci righe: Giorgio Barberi Squarotti

Giorgio Bárberi Squarotti (Torino, 1929 – 2017), laureatosi con G. Getto all’Università di Torino, ne è stato Professore ordinario di Letteratura italiana moderna e poi di Letteratura italiana, dal 1967 al 1999, e ha svolto una intensa e importante opera critica, dedicando attenzione anche alla letteratura contemporanea, tra rigore accademico e passione militante. Imponente anche la sua produzione poetica, da La voce roca, Scheiwiller, 1960, fino all’opera omnia, Dialogo infinito, Tutte le poesie in due volumi, Genesi, 2017, che raccoglie i suoi 48 libri di poesia, uscito pochi giorni dopo la sua morte.

La definizione, ricorrente, di «anche poeta», se da un lato rimarca la preminente attività di critico, tra i maggiori italiani contemporanei, non deve sminuire la vastissima opera poetica di Giorgio Bárberi Squarotti, che ritengo meriterà presto maggiori e più sistematici studi di quelli finora ricevuti. Prese le mosse in tempi di sperimentalismo, la sua scrittura si è sempre connotata per la grande attenzione formale, i rimandi colti, l’illuminante creazione di folgoranti figure, quali le fanciulle nude, proustiane jeunes filles en fleur, vestali di Storia, Verità e Natura.

http://www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-barberi-squarotti/
https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Barberi_Squarotti



Gli oleandri

Le tre ragazze brune in corsa sulla spiaggia
verso la linea immobile del mare
alternamente verde e grigio sotto il rapido
passaggio degli stracci delle nuvole
buie di una tempesta che non è giunta fino a questo giorno
di luglio, l’acqua si richiude sopra
i corpi scuri, sull’aureola nera dei capelli,
un vento lento cancella poco a poco
le orme sulla sabbia, e forse che
una traccia vi sarebbe restata più profonda
se qui Venere fosse nata dalle spume
delle onde, o se ci fosse stato un candido palazzo
di re o il fuoco rosso sulle torri vinte
di Ilio, più alto fu forse il suono di quei popoli
antichi o i baci che si scambiavano i ragazzi
in un angolo quieto della scena
di un giorno di vacanza, al mare: risalirono
ridendo il pendio dolce della spiaggia,
un po’ scotendo l’acqua dai capelli,
un po’ tremando per il filo freddo
d’aria, nell’ora del crepuscolo,
gente passava cantando per le strade,
e auto e un amaro odore di oleandri,
e la storia che è già oltre, in un altro tempo
e in n altro luogo

Varigotti, 12 luglio 1985

da In un altro regno, Genesi, 1990, p. 43



L’origine del vento

Da dove viene il vento? Ma che importa
se da occidente, portando luci d’alba
e viaggi di nuvole istoriate
con le figure degli dei del mare
che benedicono i sudditi nudi
fra i picchi e le pianure e i rami d’aria,
o da oriente: la ragazza di fumo
sinuosa, lieve, danza oltre la cima
del campanile fiammeggiante, oltre
la voce cavernosa che ne esala
come un rantolo d’agonia o di coito;
l’angoscia è per dove andrà a morire
con l’ultimo sospiro tenebroso,
nel fresco sogno d’alberi o d’un fiume
mosso appena da brividi che scorrono
verso chi sa che oceano di pace,
o in un vuoto spiazzo: qualche palma
secca, una bugainvillea viola
appesa al nulla di se stessa, due ragazzi
si torturano, poi i capelli biondi
avvolgono lunghissimi i due corpi,
li nascondono all’ultimo sussulto
molle, un fiato così debole che ormai
non arriva a scoprire, per un attimo
almeno, l’aspra smorfia dei due volti,
se mai sia noia o il trionfo della conquistata
conoscenza del tutto.

Alghero-Roma, 23 luglio 1994

da Dal fondo del tempio, Genesi, 1999, p. 78



Quadro

La donna opima lievemente dorata
è distesa nell’erba luminosa
e lieve, appena scossa da un astratto
vento e celeste, tutta nuda, esposta
sinceramente, il viso mite, un poco
per pudore arrossato, gli occhi volti
in basso, come per guardarsi il corpo
per il dolce imbarazzo e anche per l’ansia
che non ci fossero esigui segni
sulla pelle perfetta: una o due gocce
di rugiada, il rapidissimo velo
di una minima foglia o il filo d’aria
turbata: intorno, per accompagnarla
con l’armonia illuminata, i colli
appena sollevati come il pube
pur rilevato e le mammelle colme,
il taglio sfumato al di là degli alberi
leggeri, verso l’annuncio immaginabile
di una morbida valle e serenata,
tre nuvole nel cielo, sul punto, rosse
come sono nella luce, di sciogliersi
o allontanarsi per lasciare libero
del tutto lo splendore maturato
della donna nella pienezza breve.

Venezia, 12 dicembre 2002

da Le Langhe e i sogni, Joker Ed. 2003, Pref. F. Pappalardo La Rosa, p. 64

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