Postfazione di Mario Marchisio

Alfredo Rienzi: un poeta esoterico



In Oltrelinee, il nucleo vitale dell’opera è racchiuso nella
seconda parte, intitolata Corone di cieli intermedi: una sequenza
di trentacinque poesie dove l’intonazione ieratica, da
formulario sacro, si alterna a passaggi più discorsivi che non
incrinano la compattezza dell’insieme ma anzi l’arricchiscono
di preziose sfumature. Qui Rienzi evoca con tocco sapiente
la peripezia di anime riaffacciatesi «ad esplorare la vita / […]
dopo l’onda del pianto». Esse trattengono in sé la potenza
della parola, seppure labile e destinata a dissolversi: «È
l’ordine dei mondi / che sospinge alla prova / mai conclusa
su dirupi e strette vie / per tracce di sentieri, / che sfida la
rovina / della caduta per forzare, grado / dopo grado, l’arco
degli orizzonti».
La prova si svolgerà seguendo un itinerario aspro ed
accidentato, «verso altezze da cui non si ritorna», in
compagnia di una guida misteriosa che allude agli eventi
supremi senza mai nominarli esplicitamente, la sua funzione
essendo quella di dissuadere «dall’illusorio / possesso di
visioni». La lotta ha dunque per teatro l’interiorità, per
quanto ardui e prostranti possano rivelarsi gli ostacoli
esteriori. La salita in direzione della guglia, fra gole e
crepacci, sembra snodarsi secondo il copione di un rituale già
scritto, come i nomi degli impacciati scalatori, «scolpiti / con
caratteri di lingue ormai estinte» sulle pietre del sentiero che
mani sconosciute deposero nella notte dei tempi.
Il filosofo Josè Ortega y Gasset ha definito l’uomo «un
pellegrino dell’essere».1 Non credo vi sia espressione più
adatta a sintetizzare la natura di questo io lirico, singolo e
plurale, messo in moto da Rienzi. Il vero punto di svolta,
infatti, come sempre accade nelle avventure interiori,
coincide con una febbrile metamorfosi: capace, nella sua
ambiguità, di confondere gli uomini ma anche di renderli atti
alla conquista di un livello superiore di conoscenza.
La raccolta successiva, Simmetrie, si apre con il complesso e
cangiante reticolo di versi in cui viene tentato, attraverso la
negazione di elementi contrapposti2 (luce e tenebre, voce e
silenzio, fango e cenere), un approccio a quella terra di
nessuno dove la parola poetica si fonde con l’impercettibile
corsa del nostro pianeta lungo orbite immutabili. È una
parola, come dice la poesia d’esordio, inevitabilmente
«povera», se paragonata alla meta ineffabile cui tende, ma in
se stessa ricca di un’antica sapienza, perenne scandaglio
spirituale della realtà che ci circonda. Le due sezioni centrali
fungono da osservatorio: il poeta può in tal modo disporsi a
filtrare i dati esperienziali alla luce obliqua che promana dalla
presenza insistita del mare, o dall’avvicendarsi delle stagioni,
consolante e minaccioso al contempo.
La quarta e ultima sezione, Nigredo, si organizza intorno ad
alcuni temi affrontati con un particolare impeto didascalico,
che spesso emerge fin dagli incipit. Eccone uno dei più
espliciti: «La morte è un evento graduale e lento, / vuole il
suo tempo, infinito, non sembri / questo un paradosso per i
pochi anni / che memoria o aspettativa mischiano / a caso
[…]». E qui il discepolo di Ibn ‘Arabî scopre le sue carte:
morire non è un mero fatto biologico ma una difficile
conquista, al termine di un itinerario che si protrae per
l’intera vita e coincide con il compiersi dell’opera al nero. Solo
così «il minutissimo granello d’oro» verrà infine ritrovato.
Quando si parla di poesia oscura, occorre anzitutto
distinguere fra oscurità pretestuosa, dovuta al tentativo di
fingere chissà quali abissi di significato, ed oscurità in un
certo senso naturale, legata alla densità di un discorso poetico,
alla concentrazione di pensiero che in esso si attua e alla
conseguente economia espressiva.
Mentre il primo tipo di oscurità è banale e sterile, frutto in
sostanza di pura gigioneria, solo il secondo si può definire
necessario. La lirica di Alfredo Rienzi appartiene di diritto a
quest’ultimo filone, in realtà assai poco frequentato da poeti
autentici. I mestieranti e gli imbonitori, d’altra parte, non si
contano: quante smancerie, quante pose da Segretari
dell’Ineffabile!
Tuttavia, per fugare ogni eventuale dubbio e ribadire i
meriti del nostro poeta, basterà leggere una manciata di versi
dal suo terzo e miglior libro, Custodi ed invasori3: «Si dice sia un
mistero la dimenticanza / ma il movimento qui scorre in
silenzio / ed anche il vino ha un più sottile odore. // Sono
dunque io il demiurgo e mio è l’occhio che ora / vi crea e
subito vi maledice / intatto e incorruttibile / vi scruta dal
nero della collina e le finestre accese. // D’altre vite è viva
questa mia sfera mia eletta dimora».
Quello di Rienzi, come abbiamo visto nelle raccolte
precedenti, è un universo letterario che si giova di una forte e
ben precisa componente esoterica, a suo agio fra gli enigmi
della Qabbalah e le ricerche alchemiche. La novità specifica
di Custodi ed invasori consiste nel profilarsi di uno sfondo
onirico e rammemorante che si avvale di versi meno rigidi
rispetto a Simmetrie, e più lunghi e distesi rispetto ad
entrambe le raccolte pubblicate in precedenza. In questo
crescente dominio del sogno ad occhi aperti il mondo
materiale assume le parvenze di un intricato delirio, in cui il
dualismo della poetica di Rienzi ha modo di articolarsi in una
fitta serie di interrogazioni e di fulminee analogie. A
proposito del verso, c’è da aggiungere che esso è altresì
caratterizzato da un tono salmodiante, teso a conseguire una
superiore consapevolezza che a sua volta si raggruma in
simbolo.
Il rapporto fra io e mondo, in Rienzi, è precipuamente
dialettico, come quello che ricorre non solo fra custodi e
invasori, ma fra vittime e carnefici (splendida la metafora
“volatile” dei rapaci e delle loro prede), fra poeta demiurgo e
figure di viventi destinate a rivelarsi pure ombre. Anche la
dialettica prigionia-libertà (sviluppata nella sezione centrale:
L’evaso) attraversa con potenti bagliori queste liriche. E
poiché l’unica via d’uscita dall’incubo claustrofobico risiede
nella parola destinata al silenzio e nelle sue insospettate
risorse salvifiche, l’«artefice minimo» si disporrà a crearne
una che ci possa affrancare dal carcere degli elementi,
proiettandoci in «un luogo che non sia neppure un luogo /
dove ogni verso resti impronunciato / […] si consumi nella
sua stessa fiamma / e fino a un altro sonno non risorga».

Note
1) José Ortega y Gasset, Historia como sistema, Madrid 1935.
2) La prima sezione s’intitola appunto Antinomie.
3) Alfredo Rienzi, Custodi ed invasori, Mimesis, Milano 2005.