Postfazione di Ivan Fedeli

“Partenze e promesse. Presagi.” Una lettura.

Bisognerebbe partire dalla nota critica di Linguaglossa alle opere di Rienzi per entrare a fondo nell’analisi di Partenze e promesse. Presagi: “poetica della notte”, egli definisce la ricerca dell’Autore, che fa sua l’esperienza onirica, inconscia, e trasforma l’allucinazione visionaria in linguaggio razionale e compiuto. Appare riduttivo, in realtà, chiudere Rienzi nell’etichetta, un po’ scomoda, di poeta visionario, se non in alcuni passaggi, misurati e sotto controllo, della sua intera produzione. È poeta colto e raffinato, Alfredo, e costruisce un metalinguaggio forte e riconoscibile, attraverso il quale definire una tesi e sostenerla attraverso quadri logici, talvolta intuitivi, riferimenti espressi o nascosti, sempre in linea con un discorso lucido e in divenire.
Partenze e promesse. Presagi è libro verticale: tende, all’alto partendo da un basso, viaggia con lo sguardo teso a un oltre che verrà, se verrà. Il poeta ha l’atteggiamento conoscitivo di un nefelomante: indaga i segni, i presagi del cielo, per restituire al mondo un messaggio, una certezza che è morte e rinascita al contempo. È preoccupato per la vita, Rienzi, assume su di sé, come voce narrante, il peso etico di una rappresentazione figurale, cristologica: il poeta ha il compito di redimere, forse, sicuramente di consegnare un messaggio alla centesima scimmia, il suo pubblico, e idealmente il genere umano mutato inconsapevolmente e definitivamente, anche se il monte si è fatto troppo alto – come non pensare a Dante? – e i verbi rinunciano a significare, a rendere un senso al non essere. Ma il messaggio è kafkianamente latente, umanamente scomodo.
C’è l’attesa, allora, di un senso, di una potenziale apocalisse nella realtà della unreal city contemporanea, ma il tempo dell’attesa è da sempre: urge la necessità di interpretarne i segni. “E ci sarà tempo? ci sarà tempo davvero, J. Alfred? non per cento, ma per una visione ci sarà ancora tempo?” è la domanda fondamentale del libro: la risposta non si trova nell’amato Eliot, né tanto meno nelle profezie bibliche. Essa abita l’uomo interiore, lo scava e non emerge, se non per fragmenta, per presagi. Ecco allora la necessità gnoseologica di un cammino verticale e a ritroso, alla ricerca di una potenziale redenzione: qui il compito è di cercare l’intero, l’anello mancante di una condizione umana di mancanza in cui tutto è relativo, necessariamente incompleto.
Quanto meno potrebbe soccorrere il poeta-sciamano lo Spiritus mundi di Yeats, magistralmente interpretato, al fine di evocare un senso di carità empatica, di pietas, in modo da uscire, almeno momentaneamente, dal doloroso prato e riconoscere la mancanza come situazione esistenziale che ci salva. Essa, come afferma Rienzi, dice del bene più prezioso: il cibo agli affamati, / l’acqua agli assetati /la luce ai sotterrati. Ma il poeta-sciamano ha il dovere etico di andare oltre; egli vive la situazione di Lazzaro, non morto, non vivo, eternamente se stesso che, se ascoltato, rivelerà i segni del dopo: “torno per dirvi il tempo che verrà / e sommerà sete a sete, caduta / a caduta, le sottilissime lingue uraniche e le gialle e ferme nebbie” Ciò che turba, scrive Rienzi, è l’indifferenza, il profondo sonno, la memoria che non si rispetta, che non rivela. Il poeta-sciamano conosce la data della sua morte, i segni che aprono e chiudono la vita e l’essere. Come Lazzaro, egli appartiene al movimento verticale del libro, in cui alto e basso, vita e non, sogno e realtà, coesistono in un atto di coraggio, in una profezia capace di unire gli opposti, chiudere il cerchio. Ambire a una sopravvivenza, in sintesi, è il messaggio che il poeta cerca tra i segni, diventare pietra tra le pietre, forse: “Senza conoscenza, moriranno le genti per questo saranno in lutto i paesi chiunque vi abita uccelli, pesci. (…) Le pietre no. Le pietre si moltiplicheranno frantumandosi. (…) Libellule e ragni osserveranno.”
Eppure, nello stadio infinitamente in alto dell’Essere, nel Guscio di Oort, è possibile lasciare un testamento, una traccia di noi, una pagina bianca in cui ciascuno sperimenti la libertà piena di scrivere ciò che è stato, la storia singola e la storia universale: tutto lì, in un atto di estrema pienezza e di estrema rinuncia. La pagina bianca: lì sarà possibile rifiorire, nascere nuovamente, come le magnolie, i susini, i ciliegi, i glicini che nel loro silenzio verticale, totemico, sopravviveranno a noi, al resto.
Chiude così, il poeta. La ginestra di Leopardi, in nuova veste, detta le regole, orgogliosa di se stessa e della consapevolezza di una fragilità innata, archetipica. È il testamento del libro, questo resistere e anelare: Rienzi ne dà parola con la grazia e la forza di uno stile riconoscibile e unico nel genere. Raccogliere il messaggio, farlo suo, il compito del lettore: e rifiorire, in ultima istanza, tra la resa e la vita.

Ivan Fedeli