Prefazione di Maria Luisa Spaziani

7 poeti del Premio Montale 1992
All’insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller, 1993

Siamo giunti all’undicesima edizione del nostro “Premio Internazionale Eugenio Montale” e all’ottava antologia di Scheiwiller che ogni anno, per un’idea nata nel corso del cammino, pubblica i sette Inediti vincitori dell’anno precedente. Li chiamiamo “coriandoli” questi piccoli libri che a ogni svolta di maggio nascono con un colore diverso. E naturalmente ci domandiamo con appassionata e un po’ apprensiva curiosità quali nomi rimarranno nella storia della poesia di questi anni, chi reggerà alla prova di una vita orientata in direzione della fantasia e del verso, chi insomma sarà fedele a una vocazione che ora appare evidente; e quali “pesci d’oro”, per dirla con il nostro famoso nome editoriale, la nostra Giuria avrà catturato fra quanti ad anni o a decenni di distanza saranno in grado di presentarsi al giudizio della Storia.
A ogni primavera, per delega dei miei illustri compagni di Giuria (Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci, Marco Forti, Mario Luzi, Giovanni Macchia, Geno Pampaloni, Goffredo Petrassi e Vanni Scheiwiller) io ho il gradito compito e la responsabilità di premettere all’anotologia una breve prefazione. […]
Un’antologia di questo genere, dove da centinaia di inediti bisogna estrarre i sette “eletti”, pone non pochi problemi di merito e costringe a scelte talvolta dolorose quando, ad esempio, tra tre poeti a pari metodo come valore è necessario sacrificarne due. E’ consigliabile un criterio-campione: non privilegiare il Nord rispetto al Sud, o viceversa. E ricordare che oltre ogni gusto personale o convinzione di poetica, accanto agli sperimentali ci sono i postermetici, accanto agli idillici i poeti aperti al realismo narrativo o alle suggestioni teatrali, e poi i sociali, gli ironici, i mistici, gli appassionati del mito e gli alchimisti della parola.
Senza essercelo prefisso, negli anni passati abbiamo scelto su un ventaglio molto largo. In questa ottava antologia le cose sono andate diversamente. I sette poeti, accuratamente vagliati e a lungo discussi, con il loro tipo di sensibilità e di cultura sembrano fratelli o quasi, formano una ben riconoscibile koiné d’epoca anche se alcuni sono memori di una prosodia classica e altri si aprono a misure più libere e mosse, da versetto biblico.

Dai verbali della Giuria vogliamo estrarre un sintetico giudizio su questi sette vincitori, in ordina alfabetico.

E’ il tema della madre che vela di una delicata infelice felicità la poesia di Gabriella Adamo. Scrittura mossa, con alternanze ritmiche e variazioni metriche, mutevole nella struttura delle strofe, che afferma e nega continuamente il senso con “improvvisi struggenti miraggi”. Una poesia figlia dell’inquietudine moderna, che risolve con bella metafora il tema portante inglobando il fondale nativo dello Stretto: le due rive opposte e vicine / come le braccia accostate di una grande madre.

Veder succedere le cose; planare sul “borgo” dall’alto e scorgere in rapida successione gli asfalti, gli archi, le vie e le piazze, affrontare i fumi dei tetti e guardare altre cose là, dentro i camini, come il diavolo Astarotte che oniricamente scoperchia le case… La scrittura si piega, in Giorgio Favaro, a un continuo riflesso ottico, una sorta di doppio tra interni ed esterni, dove ogni emozione viene devoluta a forme concrete di presenza. Il linguaggio è il vero protagonista di questa poesia che nonostante il suo colore dominante non è crepuscolare.

Accettami in te, parola improvvisa, è l’invocazione di Aldo Ferraris che offre una chiave di lettura. Gnomico, sentenzioso e sfumatamente definitorio, il poeta ci offre una scrittura densa di interrogazioni, di dubbi irrisolti, dove un panneggio sontuoso da “elegia di Duino” ingloba il ricordo di endecasillabi stravolti negli accenti: Luna di catene e sorsi golosi. Un messaggio convoglia la religiosità del mistero come sembrano suggerire certi versi: nominare le vie di una città inesistente.

Resiste la rima, e la controrima alla Toulet, nella poesia suggestiva di Miro Gabriele, un poeta che ci fa accettare quasi con complicità la parola “anima”. Con delicatissimi strumenti ci immette nel mistero, ci inserisci nella trama dei suoi “fili invisibili” sospesi tra le dita della sera. Un’analisi del suo lessico al computer, dei suoi aggettivi (pallido, imperfetta, illusoria, insondabile, ineffabile, dispersa, fragile, astratto, smarrita) potrebbe velare la vitalità e la tenerezza di un messaggio che si sottrae alla logica dell’analisi e si affida piuttosto a un medium subliminare.

Marco Pedone affida la sua scrittura al nitore della parola e a una fresca vena colma di “stupore”. “Miraggi a perdere” è il titolo di una sua poesia, e potrebbe essere il titolo della silloge, ricca di colori, scintille e sfumatoìure cangianti. Concedi che la terra sia rovina / di turchesi e pleniluni di mulini… l’agave allora avrà inchini solenni / verso moli lontani… Grande sensibilità visiva e sguardo che va oltre le nostre strette geometrie, un’aria di porti levantini, di nomadi, di approdi clandestini, echi di antiche schiavitù. La sua “pietà” e la sua fantasia fraterna non offuscano tuttavia lo slancio giovanile, l’inceder fiducioso di un discorso in fieri.

Il più giovane dei premiati, Claudio Recalcati, rifiuta ogni musicalità poetica e cerca immagini, emblemi e metafore lontano dalle piste battute. I suoi “idoli lunari” abitano un verso compatto, metallico e caparbio fino all’ostinazione. Insorgono pupazzi / con le alabarde di piombo. Poesia asciutta, tenace, di grande tenuta formale. Alcune parole chiave: urlo, micidiali artigli, serpente, agguato, ferita. Dicono due versi che forse arbitrariamente estrapoliamo: non conoscendo altri sentieri / che conducano al sogno. Ma vogliamo ricordarne altri due di viva suggestione: E con dolore raggiunse l’urlo / ed ascoltò il suo mutare in eco.

Poesia del dubbio e dell’interrogazione quella di Alfredo Rienzi, medico – poeta di fondo amaro dove la speranza si intravede come un riflesso di luce su acque cangianti: Solo nel fondo fondo del pozzo/ blandiscono minuetti lune e comete. Lucidità e saggezza affidate ad un verso sapiente che si tesse tra discorsività e frammento. Tre versi meritano di essere particolarmente citati: la dimensione di noi / ha l’ineffabile misura / d’ipotesi e preghiere.