Prefazione di Franco Pappalardo La Rosa

Ripubblicata su Il Gazzettino di Giarre, 18 marzo 2000, p. 3 “Simmetrie, poesie di Alfredo Rienzi”

Dalle quattro sezioni (rispettivamente intitolate: Antinomie, Arenile, Nell’ora del male e Nigredo), in cui questo libro di poesie di Alfredo Rienzi è ripartito, sembrano affiorare – sia pure per improvvisi, liricizzati, guizzi – non sparuti segni di dottrine esoteriche, di filosofie orientali, di insegnamenti yoga. Lo stesso titolo generale assegnato alla raccolta, Simmetrie, pare alludere a un sottofondo di riflessione, insito ai testi poetici, basato su teorie occultistiche ed ermetistiche – soprattutto sull’”Illumined Way” – che richiamino alla meditazione e alla pratica dello yoga. La simmetria, peraltro, non costituisce soltanto uno dei principi cardine dell’Ermetismo e dell’Alchimia, ma riveste anche, nella poesia di Rienzi, (giusta le intenzioni dell’autore), una duplice, precisa funzione strutturale: crea forme versiche, di solito metri endecasillabici, disposte in corrispondenza dell’ordine e della proporzioni che le parti hanno tra di loro e rispetto al tutto; “costringe” la parola entro i “membri” della corrispondenza proporzionale e la comprime dai varî lati, depurandola in tal modo da ogni scoria o residuo in senso improprio; distillandola, cioè, e riducendola alla sua originaria significanza per effetto quasi di un processo alchemico.
Ma la disposizione dei testi nelle singole sezioni e l’organizzazione complessiva conferita alla raccolta lasciano trapelare altri e non meno significativi segnali riferibili a dottrine e principi filosofici orientali. Come quello secondo il quale, per giungere alla coscienza di sé, occorre imparare che tutto ciò che è transitorio non può nuocere al “sé reale”, dato che la polvere del tempo lo spazzerà via con la sua inutilità; e quello che consente di attingere la conoscenza attraverso il totale abbandono di sé alla forza della verità, lasciando che essa penetri nella mente, vi metta radici, vi cresca, vi fiorisca e vi porti i suoi frutti (e poiché ogni cosa “è e non è”, il principio specifica che ogni affermazione di verità non può risultare che parziale e paradossale: tutti gli aspetti della verità, comunque, saranno visibili nello stesso istante dal punto di vista dell’infinito soltanto da chi abbia raggiunto la più alta perfezione spirituale); e, ancora, quelli che invitano a vivere nel presente o nel futuro, bensì nell’eterno (“Tutto è una manifestazione dell’eterno presente: ieri, oggi, domani, il tempo, il suo scorrere, e ogni attimo della vita presente è un attimo della vita dell’eternità”); o a non aver paura della morte, evento naturale da accettare senza timore o terrore al pari della vita, che va considerata alla stregua di un granello di sabbia sulle rive del fiume dell’eternità; o ad imparare dalla sensazione osservandola, perché, solo così agendo, si può iniziare il cammino lungo la scienza del conoscere se stessi e porre il piede sul primo gradino della scala, salendo la quale ciascuno riconoscerà d’essere particella infinitesimale della medesima Grande Via.
Insomma, nel sottofondo luminescente che, a intermittenze, balugina attraverso il compatto simbolismo intramato dalle versificazioni, pare potersi leggere la lezione dello Gnani Yoga, lo “Yoga della Saggezza” (“Gna” in sanscrito significa “conoscere”, “sapere”): dal sentiero percorso da chi abbia ricercato ed attinto il lato esoterico della verità. Il che renderebbe la produzione lirico-inventiva di Rienzi una vera e propria rarità nel panorama poetico del nostro Novecento,(non un unicum: pensiamo alla esperienza di stilizzazione panpsichistica ed animistico-esoterica con cui, intorno alla seconda metà degli anni Sessanta, il Lucio Piccolo di Plumelia, e più specificatamente di Guida per salire al monte, additava poeticamente la difficile via per godere della perfetta felicità mediante il raggiungimento di quella condizione dell’animo che abbia estinto in sé ogni desiderio: l’elevazione nirvanica, di cui la cima del monte costituisce il simbolo). Orienterebbe, nel contempo, nell’investigazione delle matrici di questa poesia così distante per molti aspetti dalla nostra, tradizione, dalla nostra cultura, e sul complesso di letture formative che l’alimentano, con sorprendenti risultati che porterebbero lontano, fino ai poeti americani della Beat Generation: ai vari Ginzberg, Corso, Ferlinghetti, le cui strutture poetiche, imbevute di principi yoga, li resero portavoci della massa dei giovani allora definiti hippies.
Va da sé che i principi sopra accennati rimangono, in ogni caso (per fortuna di questa poesia e dei suoi lettori), sullo sfondo dell’apparato versale, dal quale trapelano a tratti e come trascinati in superficie dalla forza della metafora e dal segno simbolico, molto spesso essi stessi efficacemente tradotti in metafore e segni simbolici, a lasciar intuire il sostrato di verità sapienziale-esoterica che l’io intende comunicare. Perché soprattutto ciò che stilizza l’invenzione lirica di Rienzi è una trasparente, unitaria, allegoria di “viaggio” (se non orfico, quanto meno misteriosofico) nei territori extrafrontiera, extradogana, dove Essere e Nulla a volte s’incontrano dialetticamente, a creare simmetrie che danno una parvenza di senso e di ordine – e di verità, di bellezza, di armonia – alla vita e al Tutto, e a volte si scontrano e reciprocamente si elidono, producendo le asimmetrie del caos, in cui ogni ragione dell’esistere e del Tutto sembra naufragare nel magma oscuro e ribollente dell’insignificanza e del disordine, ma entro il cui vortice, tuttavia, un pensiero poetante non disposto a capitolare risulta costantemente e disperatamente proteso a ricercare una possibile “terza via” (“non centro, non distanza: duro luogo / una strada qualsiasi, un labirinto”), non definita né definibile ma mediana alle asimmetrie del caos, per fingersi o figurarsi nuove geometrie simmetriche e reinventare, grazie ad esse, la “favola bella” del senso dell’esistere e dell’armonia universale.
Non a caso, i tòpoi frequentati dai testi della raccolta sono zone acquoree (di “acque indefinite”) al cui interno cielo e terra si confondono in un impasto melmoso primordiale e non c’è luce né tenebra, non monte né caverna, non centro né distanza, ma si può inscenare, su una linea virtuale di demarcazione, “un’ipotesi / di movimento tra i ciliegi in fiore”; o vasti, desertici arenili spazzati dal vento, “spazi di nessuno tra il giorno e la sera”, che nascondono sotto cumuli di “alghe mostri putrefatti” e che si estendono fino ad un lontanissimo orizzonte, “ove l’acqua si fa mare / dove la vita nasce e dove muore, / risorge e si sperde nelle onde eterne”; o, ancora, radure tra boschi di frondosi alberi d’alto fusto, che creano giochi d’ombre e di luci e tracciano bui e scoscesi sentieri “non segnati sulle carte”; o, infine, luoghi notturni, sprofondati – e resi limbici – in densi spessori di nebbia: siti “senza sede / dove il tempo s’avvolge come serpe / e la serpe si chiude come un uovo”.
Si tratta di tòpoi – terre infide, perigliose, di nessuno (“la terra / nera ove si può vivere o morire”) – non troppo distanti dai territori “non giurisdizionali” stilizzati nella poesia caproniana -, i quali, nella loro indeterminatezza, nella loro infinita e quasi inconcreta, quasi irreale, uniformità di paesaggio, traducono l’enigma di quella ripetitività, di quella inafferrabilità, di quella inconsistenza dell’essere, che non lasciano intravedere approdi di felicità, ancoraggi di un qualche incoerente scopo o senso, mete di prodigi e di scampi, ma che promettono soltanto angosce di desolata solitudine, strazi di precarietà assediata da ogni lato dall’incombenza del risucchio del Nulla, proditorie unghiate di dolore, o, al più, prospettive di naufragio nella banalità, nell’aridità di una routine sconclusionata e incongruente.
In essi, l’io viaggiante si smarrisce, come dentro gli oscuri e tortuosi meandri privi di sbocco di un labirinto, si muove alla cieca, a tentoni, a minimi passi cauti in tutte le direzioni (“per una destinazione qualsiasi / si parte, quando inscurisce l’oriente, / non conoscendo il nome delle stelle: / si perdono così le nostre tracce / in notti colme di profumo e vento”); si scava nicchie, erige bivacchi (nella “radura ho cercato / la nicchia giusta, il riparo della notte: / nel centro del cerchio ho eretto il bivacco”), impara a convivere con la paura, per apprendere “l’arte / necessaria e solvente della morte”. Impara, altresì, ad auscultare i tremiti, i battiti cupi, i franamenti del proprio cuore (“Anche la paura scorre nel cuore / come sangue per camere di destra / e di sinistra, come onda elettrica / nel nervo che efferisce dal cervello: / simmetrie e lateralità imperfette”) in relazione ai “rumori” che gli provengono dal fenomenico (“La notte  ha silenzi e mormorii d/acqua”; “sentivo il fusto / vivere di suoni secchi e fremiti / per vie che dai rami vanno al suolo”) a “sentire”, per la regola della somiglianza, i bisogni elementari del larice, che resiste in terre di confine, e a individuarne “il cuore che verrà / e la sua nota armonica di linfa”; a scandagliare se stesso, a cercarvi e a rinvenirvi simmetrie e asimmetrie, lateralità , corrispondenze, verticalità, armonie e disarmonie, leggi di somiglianza e di differenza; a superare – conquistandolo – il “nero” del dolore di esse re e di durare (“il nero è ingrediente indispensabile / al seme di cui so il dolore muto / nella zolla e la resistenza strenua”); ad acquisire la lucida coscienza del “sé reale” e a riconoscersi e ad accettarsi (anche nella prospettiva di una “normalità” di una vicenda umana routinaria: “aspettando qualcosa: / un tuono, un mulinello di vento, traiettorie / d’uccelli, cose modeste , cadenze / i un tempo comune e senza traccia”) nella sua più nuda essenza: di “seme”, di particola viva e imprescindibile dell’Eterno, dell’Infinito, dell’Uno-Tutto.
Focalizzato, dunque, non fuori di sé ma in sé, ed imboccato il Sentiero attraverso un viaggio di discesa – una katabasis: una sorta di junghiana “individuazione” – ne vertice profondo e cupo del proprio inferno, il protagonista della poesia di Rienzi è ormai in grado non solo di percepire “le anime che emigrano nel vento” e di veder dileguare “gli spiriti maligni della forra” e quelli che “s’annidano tra i legni antichi e nuovi …/ gli dèi intermedi, i morti, i quasi umani”, ma anche di avvertire durante il sonno la presenza e la voce dei morti in dolorosa attesa (“in certi lembi della notte, in certi / sonni quando il dolore è più forte già posso / sentire i morti e quelli che gridano  / di più  che più m’aspettano”), di rincontrare “negli anfratti dei tronchi / gli alfabeti segreti dell’infanzia”, o di compenetrare sensualmente e intellettualmente nello scorcio verde di un pianoro, sul cui trifoglio siede un fanciullo ed insieme crescono la carne e l’erba. Perché egli ha iniziato a percorrere, avvalendosi di un passo scandito sulla tecnica della sublimazione dell’intelletto delle istanze dell’inconscio e dell’istinto carnale, il difficile ed irto cammino che, mediante la dilatazione e l’elevazione della coscienza, conduce all’acquisizione della verità.
Certo, l’io poetante di Simmetrie, per non eludere “la prova / dell’agnello e dell’aria” e per realizzare l’obiettivo di cogliere la rarissima e preziosa “rosa bianca” della verità sul senso dell’essere, non esita a scendere, come Faust, nel regno delle Madri; ma non si trattiene, nel contempo, dal “calarsi” nella matrices linguae, al fine di attingervi l’originaria vibrazione di significati che le parole (“anche le parole / hanno confini spogli e freddi, / i colpi del cuore seguono / un codice nascosto nel germoglio”) hanno perduto nel momento in cui sono state strette nella morsa della razionalità e della storia. Solo così gli è possibile comunicare “come succede che tra il pensiero / che precede la parola e il silenzio / che la seppellisce, si compia intero / il ciclo dell’amore e dell’assenza / del velato dolore”. E solo così la scrittura poetica può in qualche modo rappresentare il catalogo, più o meno sconnesso, del provvisorio della percezione, del frammentario dell’intuizione pura, del “lampo” rivelativo sprigionante dall’atto di vita che si rastrema in se stessa: nel suo limite.
Sicché la poesia di Rienzi, fra lucida visionarietà ed asseveratività insistita, fra orfismo e secca essenzialità espressiva, fra frammento ed andamento d’improvviso discorsivo fusi in una ganga compatta, musicale, (d’una musicalità intensa, a tratti solenne) e immaginale (spesso fortemente figuratio-simbolica: “presto la note aprirà la sua bocca”; “ma lo vedi il mio volto: ormai è terra / vecchia ricoperta di muschio e nebbia”; “l’ostia esigua della luna calante” ecc.), di nomina di enti materiali-naturali e di schegge volatili di pensiero, di energia spirituale, di continuo smarginanti nel metafisico, sdipana un unitario discorso lirico. Seguendo, tuttavia, un tracciato sghembo di segni e di vuoti, di ritmi e di forme, di geometrie dell’ordine e del disordine, attraverso il quale, per varchi imprevedibili, folgoranti, l’io si addentra nel fondo del silenzio oscuro della parola per stilizzare e disvelare, con il suo tramite, le proprie acquisizioni gnoseologiche sull’essere e formulare intorno ad esso il suo sofferto, ponderato ma fermo giudizio: “Forse è per questo che ho scavato tane / nel centro esatto del mio territorio / equidistante da ogni dove e quando / dalle nuvole dalle molte forme / e dai nomi consunti delle cose”.