Quattro osservazioni del bosco

è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori (Dante, Convivio, II, 1)

Verde cupo, l’ombra imperforabile
sulla collina, massa vegetale
orizzonte taciturno e amorfo:
questo, sentenzia Lennard, è il bosco

ma Abele sa: sono roveri e faggi:
la stagione dei narcisi verrà
persa nei propri passi e i nomi
conoscono i nostri occhi, li hanno visti
formarsi nel ventre, opache perle.

Oltre, dentro, solo un altro tempo vede
non questo che misura in ore
e Morgane non sa se restare sveglia
o sognare le attese dell’assiolo
tradurre gli aliti e gli alburni inquieti,
lei che conosce dei rami i cifrari,
e delle ali sa gli angoli del decollo.

Ma quali sensi fanno blu il canto
il volo delle spine, la loro pioggia?
Chi sa cantare alla gioia della morte?
Ha tutti i nomi:
bosco, corteccia, foglia, linfa, fuoco
sotterraneo e sublime, bianco, e rosso ché cresca e si offra.
Passa non visto, non udito.
Cos’è questo niente che divora?

Restino, a dubitare, le mani.


da Partenze e promesse. Presagi, puntoacapo, 2019