Recensione a: Il coraggio di non lasciare il segno, di Dario Talarico

Postfazione di Mauro Ferrari. puntoacapo Ed., Collana AltreScritture, 2020

Dario Talarico, giovane autore romano, classe 1990, dagli esordi precoci (“dopo aver ritirato i primi due libri dalle stampe, rimane in commercio La farfalla di piombo, LietoColle, 1993”) pubblica ora per puntoacapo, nella Collana AltreScritture, una notevole raccolta Il coraggio di lasciare il segno, che, contrariamente al titolo, credo che il segno lo stia lasciando.

Il volume si articola in due Parti, con relative sottosezioni: Sistole (Il vuoto che riempie il nulla, Autopsia) e Diastole (Un profilattico bucato, Non svegliarmi).

Già il titolo della raccolta racchiude importanti indirizzi per una linea di lettura. Antinomia, o almeno ribaltamento (e sfiduciamento) del senso comune del dire (e, quindi, della struttura stessa del pensiero e – fatalmente – dell’agire e dell’esistere), che non è un isolato oggetto da vetrina di una bottega vuota, una curiosa esca per il lettore, ma esemplifica un modus ricorrente (e, si vedrà, una chiara visione del vivere): «Il vuoto che riempie il nulla»(p.11), «È così stupido essere intelligenti» (p.16), «A lasciare/ che a raccontarci sia il silenzio che ci tace» (p.22), «la libertà che ci lega» (p.22), «smettere di scrivere è un esercizio quotidiano» (p.27). Queste frequenti inversioni (o rinunce) di senso costellano l’intera raccolta: anche nella coinvolgente Parte Seconda, Diastole: anche filtrando la realtà e compiendo il «viaggio di andata e ritorno nell’esistenza», alla ricerca del suo «posto nel mondo»  attraverso una dimensione personale, anche intima, in «anabasi d’amore» o monologando «al figlio che non ho» (p. 82), il metodo d’indagine ritorna: «l’unica base da cui partire/ è che non c’è un base» (p.78), «Quel momento di silenzio  – era il  mio concerto» (p.81), ecc.

Nella seconda sottosezione Autopsia (reiterata), dove si compie una vera (auto)dissezione sulle direttrici antinomiche parola/silenzio (su cui meriterebbe tornare), essere/non essere, la densità aforismatica raggiunge il culmine:

            ix.

            È facile non essere sé. Rincorriti./
            Bisogna impegnarsi per essere
            ciò che si è. Esaudisciti: sarai
            felice solo quando saprai essere
            tutto ciò che sai. (p. 35)

E se, come in questo testo, si sfiora una congestione concettuale nella contemporanea rarefazione semantica, Dario Talarico sa farne inciso ruvido in una collana di testi brevi – tutti significativi – composita, dove non mancano slanci di pura cantabilità e intuizione, come nel testo conclusivo (che – con inciso irrituale e di non ortodossa autoreferenzialità – non posso non amare e proporre, da autore della serie di Antinomie, in Simmetrie, che recavano in primo verso una doppia negazione):

            xxxi.
           
            Non astro, non baratro:
            essere piccoli per il mondo,
            – questa – è la salvezza.

I testi, fatta eccezione per la serie in Autopsia, dei quali si è appena detto, scorrono con linearità e libertà versale, ma anche in essi si addensano grappoli di sentenze e fulminee considerazioni («lapidari paradossi apoftegmatici» scrive Mauro Ferrari nella Postfazione) o riflessioni con passo narrativo che in Sistole a volte si spogliano da qualsiasi struttura retorica e che impongono al lettore l’arresto e talora la vertigine. Uno dei passi più esemplificativi in tal senso, non a caso, chiude il componimento che reca in ultimo verso il titolo dell’opera, a p. 29:

            Eroi per debolezza – Sand mandala
            […]
            Perché nulla rimane. In un’inutilità come stato
            si tratta solo di pescare la propria inutilità
            scegliendo la più confacente al nostro volerci attardare.
            […]
            E se il fine di ogni cosa è nella fine,
            il senso della vita è il morire.
            Nulla di meglio. Nulla di male: siamo foglie.
            Bisogna solo avere il coraggio – di non lasciare il segno

Per contro in Diastole, il giovane poeta dimostra che il suo repertorio versale, lessicale e semantico sa spaziare in versi di moderno lirismo e di grande inventiva («facevi ruggire le rose», «cinguettano i tuoni», «sparecchiare le aurore», «costellazione di lacrime», «come cenere sono questi occhi di cenere», «il sospiro stremato di una foglia», ecc) mantenendo una struttura tenacemente libera, a tratti monologante, ma con cospicui territori frastici fratti ed ellittici, come esemplificato bene dai testi Risveglio («[…] I primi megafoni pubblicitari. Le vetrine illuminate./ I clacson di chi torna. I clacson di chi parte./ – Ecco. È nel frastuono. Senti?»), T.S.O.- Il guerriero senza cielo ([…] C’è stata una colluttazione./ Ricordo. La barba rotta. Grida./ Legni in pezzi. Va e vieni di sirene./ Va e vieni di pigiami./ Cigolio di carrelli. ) ed altri.

Ma il valore portante e importante di Il coraggio di non lasciare il segno è nella unitarietà e – mi spingerei ad affermare – nella modernità degli assunti concettuali che si fanno linguaggio. Non a caso la lunga vista di Mauro Ferrari convoca «tre numi tutelari di poesia e filosofia»: Leopardi, Nietzsche e Wittgenstein.
Talarico costella la sua opera di citazioni nichiliste (oso: apparenteemente?) e di destituzione dell’azione (valga ad epitaffio il titolo stesso!) e ne accoglie le spietate conseguenze nel confronto con «lo stare al mondo» (e l’agire in esso) e, come vedremo, con l’essere poeta:

            «Tutto ciò che è/ è per essere dimenticato» (p.28)
            «moltiplicando inutilità/ non si avrà mai un risultato utile o migliore. […] Perché nulla rimane» (p. 2       9)
            «Siine consapevole:/ vivere – è coincidere col niente» (p. 36);
             «Credevamo di fare – senza sapere/ che le azioni non esistono […] questa vita – che è solo uno           splendido niente» (p.52).

Ma se è corollario – ovvio e coerente – l’insufficienza della ragione e del pensiero
            («Rimane dietro chi si prova a pensare» p. 26;  «Forse ho avuto troppo tempo per pensare» p.60;  «delle tante disgrazie che siano capitate/ all’uomo, la peggiore di tutte/ – è che non abbia mai perso –   / la massima libertà di pensiero» p. 61; «chi ci ha dato l’intelligenza/ di porci domande, ha        dimenticato – di darci/ anche l’intelligenza di trovare risposte», p. 21),
e, conseguentemente dell’agire («Credevamo di fare – senza sapere/ che le azioni non esistono», p. 52), non è per nulla scontato che il poeta reagisca e cerchi una via d’uscita compatibile con l’affermazione della vita («Ma non morire cos’ha a che fare con vivere?», p. 83) sfidandone la dispersione come i grani di sabbia colorati di un «sand mandala».

Dove cercare allora di ribaltare la polarità, giacché  «la vita è la cosa più bella – la più vera» (p.67)?
Non pare nella fede religiosa: «Anch’io -/ mi metterò nella schiera di chi ama Dio/ d’amore non corrisposto» (p.28); «Dio mio, perché mai m’hai dato il bisogno/ di una fede e una testa nelle ossa per non credere?» (p.62). Semmai in una più dilatata spiritualità («unico modo/ per conciliare il benessere/ alla conoscenza» (p.70) che però, pur offrendo una direzione teorica, non apparecchia – nel verso successivo – soluzioni facili: «Ma è inutile fare sforzi».

È qui che, accolto il movimento a dissolvere, l’«assenza di senso [che] scandisce/ ogni singolo gesto mentre un respiro/ ostinato ci costringe a quest’esistenza» (p. 64) il poeta cede nella sua battaglia , sospende la fuga e s’accolla l’onere che ora si deve «vivere per fare». Il filosofo nichilista cede il passo al poeta, colui che di fronte al nulla oppone, il fare, il creare, la poiesis che, a questo punto anabasico del percorso, può rivivere solo se specchiata e purificata dalla precedente e sempre imminente morte (o, almeno, agonia) simbolica.
 
Viene messa in scena, quindi, una ubiquitaria e densa battaglia tra la Parola e il Silenzio (maiuscole mie), elette a simboli di ogni possibile antinomia (fare/non fare, vivere/morire…) e che vedo come il più potente  dettato di questa considerevole raccolta. Serve non lesinare esempi, che così estrapolati, accentuano l’intonazione sentenziosa di cui si diceva in precedenza :

            «Siamo condannati alla nostra bocca./ È difficile – dire qualcosa che sia meglio di niente» (p.22);
            «È vergognoso parlare di ciò che si ignora./ È inutile parlare di ciò che si sa.» (p.34);
            «Tanto più è esatta/ una parola, tanto più spazio lascia/ a ciò che non dice» (p.36);
            «C’è un silenzio che non è pigrizia della parola» (p.50);
            «[…] in un’epoca come questa/ non si può più essere poeta» (p.57);

E serve anche considerare come il volume si concluda (p. 85):

            «- Pensa a quanti affanni
            per ricreare il suono adatto
            e poi rendersi contro              che la perfezione
            è propria solo del silenzio.
            Del silenzio esatto. Intoccato.
                                                           Selvaggio.»

Così, con l’opinabilità insita in una qualsiasi lettura di poesia, mi sento di concludere che il messaggio attivo de Il coraggio di non lasciare il segno sia ben maggiore di quanto ci raccontino le migliaia di parole che lo compongono. E stia proprio nel silenzio, nominato e innominato, da dove un altro segno verrà, più libero e vero di quello che avremmo lasciato sotto l’egida dell’azione-che- si-deve e del fare oscuramente obbligato. Un segno del sentire più che del pensare, che oserei dire intuitivo. E che porta Dario a confessare di aver  «perso tempo per portare alla luce/ cose che dentro avevano il sole» (p.84) e, ricordando che i genitori gli «avevano detto soltanto una frase semplice,/ sincera: che la vita è la cosa più bella – la più vera» (p. 67), rivela a se stesso che «la vita vera è un’idea,/  un millisecondo» (p.70) e, nel magnifico componimento Al figlio che non hoMonologo di un pianista (p.78), porta ad augurare: «Voglio che tu viva la tua vita/ come vive un respiro.»


Alfredo Rienzi,
2 Novembre 2020