Recensione a: Il nome che ti manca di Ugo Magnanti


Il nome che ti manca. Poesie scelte e confezionate 2005-2015
con due note di Carlo Bordini e Rino Caputo, peQuod, 2019



È un’opera importante questa antologia, definizione limitata, trattandosi, come precisato nella Nota dell’autore nel risvolto, di una “ampia scelta”, disposta con intento “rifondativo e coesivo”. Importante, ovviamente, per l’Autore, il quale rielabora ed espone un percorso significativo; importante per i confini della poesia contemporaneissima, perché si colloca a pieno diritto tra gli exempla che la definiscono e inquadrano.
Le sette sezioni che compongono Il nome che ti manca poggiano su registri diversi, ma fondativi di ogni singola sezione (che ripropone una precedente opera autonoma). Registri che, sommandosi, ergono la dichiarazione fondamentale di consapevolezza delle forme e delle strutture versiche. Da dire subito, quindi, che si tratta di lavori che coniugano sorveglianza e libertà. Si va, così, dai versi fratti e “verticali” de Il battito argentino, alle quartine di 20 risacche, dai misurati, ma compatti versi liberi de L’edificio fermo (di cui meriterà cogliere l’architettura complessiva) agli endecasillabi narranti di Barlumi di un’America intuita da un’Italia; e ancora: dai doppi distici di Cantati distici ai confini definiti della breve sezione Al nudo specchio (tre testi di dieci endecasillabi, con eccezione).
Nell’opera di riassemblaggio l’Autore non segue un criterio cronologico e inserisce a legante, prima di ogni sezione, corsivi narrativi, rigorosamente di quattro righe, come vertebre della nuova creatura.
La questione della struttura pare quindi essere stata posta, nel percorso – più ampio del decennio qui riproposto (già mi occupai della sua silloge d’esordi, Rapido blé, del 2003) – di Ugo Magnanti, come confine progettuale di volta in volta tracciato per le proprie raccolte. Un testo, non casuale, in  L’Edificio fermo (che essendo il nucleo più recente potrebbe indurci, a toro o ragione, di cercare in esso qualche elemento a valenza consuntiva) ci dice qualcosa in più in questo senso:


«Se ho sbagliato qualche/ verso, per caso o per abuso/ o per imperizia, non ne ho/ fatto certo un dramma, / perché tutto si muoveva/ dentro l’edificio fermo, e/ spesso la parola mi mancava./ Ma questi che ora leggi/ li ho scritti per quando finirà/ e se sono sbagliati li ho/ sbagliati volentieri: forse/ la mano sorpresa a navigare,/ stavolta voleva solo vivere», p. (60)

La sezione/raccolta più rappresentata è proprio L’edificio fermo: quaranta componimenti di 25 versi ciascuno: mille versi complessivi, di lunghezza subordinata a questo intento, chiaro e al contempo oscuro, come pare, forse, potersi intuire nel corpo del testo di pag. 65:

«Finiscano persino le/ parole, che qualche/ volta fanno un suono/ strano, e quasi sembrano/ preghiere: che importa,/ se non potrò più dirle/ numinose ad ogni passo,/ o se si spegneranno/ in numero di mille/ appese a un gancio».

Se dovessi, prima di cercare il nome che manca, recarmi nel luogo ove cercarlo, mi recherei proprio nell’edificio fermo, dove tanti sono gli indizi, le tracce meta poetiche ed i continui scontri e incroci tra la tensione alla parola e l’inceppo («quello che potresti dire,/ si ferma prima che bocca/ ammaliata possa dire» p. 69), l’afasia, la «lingua dei gabbiani» che, invece, ne costituiscono l’esito «osceno»:

«Non sai risuscitare/ le tue parole giovani/ e tu stesso non credi/ a ciò che vai dicendo», p. 48
«Se dico giardino/ di corolle bianche/ è per dire gioventù», p. 51
«io non sono/ mai stato così poeta,/ adesso pio che non/ m’importa d’esserlo/ e che non essere / niente è l’unica avarizia/ pronta a stringermi», p. 53
«È come un silenzio/ accaduto per sempre», p. 54
«e sono queste le poche cose/ inermi a starmi intorno/ […]/ e ora non è facile/  nemmeno nominarle», p. 63.

La questione del nome che manca, d’altro canto, non è solo espressione di ciò che non si è trovato, o che si è smarrito, dimenticato: è ontologica e costitutiva: il nome manca perché non esiste e la prova viene mostrata dal poeta, direttamente e con effetto straniante – in quanto contrario di un nome proprio! – nel testo a pag. 15, nella Parte I, Poesie del santo che non sei (pubblicate, ci informa l’Autore, nel 2009):

«Di fronte alla parola scimmia fai una/ faccia, di fronte alla parola rosa,/ un’altra faccia […]/ Basterebbe però soltanto un pezzo/ di pane sotto la città isolata,/ o una tanica di nafta da stringere,/ per farti fare la faccia che hai da fare,/ e così smarrire il nome che ti manca:/ l’iroso rovescio di scimmia e rosa».

Testo che se fa ciò che eufemisticamente possiamo dire chiarezza sulla questione del nome che manca, come molti altri testi e in generale l’intera espressione poetica di Magnanti, indica la predilezione per l’immagine indiretta, a volte oscura, per gli accostamenti inattesi, per un fraseggio dato per indizi più che per piane dichiarazioni. La capacità di alternare, tuttavia, trame accennate e slarghi più limpidi, a volte perfino narrativi, nonostante la citata strutturazione versale, rende nella sua complessità viva e partecipativa la raccolta. Detto, questo, con i limiti che inevitabilmente contiene una generalizzazione, se riferita a un’opera antologica e composita come questa. Che, e non può essere diversamente, ci dice molto della poetica del poeta romano: una poetica che ama darsi con misura e precisione, ma senza denudarsi, dove pare (e mi ripeto: fin dal titolo) che qualcosa debba essere osservata in obliquità e cercata, nel dettato che evita gli estremi lirici o ipotonali, gli artifici e le costruzioni insincere, che procede, con le efficaci parole di Carlo Bordini, con “singolare dignità”, ferma come l’edificio che erige a metafora della sua sezione più recente, ma mobile come l’occhio che lo scruta e la penna che ne tenta un resoconto, fatalmente parziale.

Alfredo Rienzi, dicembre 2019