Recensione a: Incerto confine di Stefano Vitale

La parola e il muro. Appunti su Incerto confine. Albertina Bollati, Illustrazioni e Stefano Vitale. Poesie. Edizioni disegnodiverso, 2019

Pubblicato su Cenobio, anno LXIX, gennaio-marzo 2020


La poesia di Stefano Vitale si è sempre mossa su una linea di confine: quella dove l’occasione poetica che possiamo chiamare sensoriale o del mondo incontra la volontà poietica, ri-creativa dell’autore e dove, per opposto vettore, il pensiero, con la sua necessità di com-prendere, di collocarsi, porta il poeta a scandagliare gli orizzonti, i moti, i fatti che gli si offrono. Un cogito ergo video, dove non basta più, astrattamente essere.
Nell’ultima prova di scrittura poetica, dal titolo chirurgico: Incerto confine, Stefano Vitale aggiunge un significativo ampliamento del limes.
È da dire, innanzitutto, che il volume è una preziosa edizione pubblicata lo scorso novembre per la collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo che unisce i versi di Vitale ai disegni di Albertina Bollati (in senso anche materico, dove alcuni versi si ripresentano, come oniriche didascalie, nel corpo dell’illustrato). Simbiosi già collaudata, con fortunato esito, per un precedente volume di versi del poeta, Angeli, del 2014, ma che qui sembra ancora più stretta e paritetica, come se parole e versi fossero sorti contemporaneamente attorno all’idea che sottende il volume.
Il confine sul quale si muove l’opera è certamente simbolico e polisemico, come nelle corde di Vitale (tra verità e pensiero, tra ombra e luce, tra corpo e il suo riflesso, tra un tempo e un altro tempo ecc.), ma vuole qui assumere anche e soprattutto una forte connotazione realistica e concreta, che si rivela fin dalla copertina, magnetica e lieve, dove un’esile figura umana sta aggrappata a un mare capovolto sopra un cielo sbiancato e stellato.
E già dai primi testi Chiudere i porti (p. 8) e Il linguaggio dei muri (p. 12) si fa chiaro il tema che, coraggiosamente, viene affrontato. I rispettivi incipit:

«Chiudere i porti e lasciar riposare/ le nere coscienze marce di rabbia/ merce di scambio di triste rancore/ mentre grasse risate dilagano/ nelle sudice piazze deragliate ragioni»;

«Non muore/ il linguaggio dei muri/ messaggi a distanza/ di grafiti dispersi/ tra coltelli e martelli»

Perché “coraggiosamente”? Non certo per la valenza civile dei testi, per il nitore del proprio sentire (ancor prima che del proprio pensare), per i riflessi politici (che, per una distorta e degradata accezione, oggi odorano di ruvidi termini quali divisivi, conflittuali, bellicosi). Questo aspetto può richiedere altri aggettivi, ma il coraggio di dire per un poeta, per un artista è essenzialmente altro, già che il semplice darsi all’arte, a una qualsiasi arte, elogio dell’In-utile, è gesto civile e politico. Il coraggio di dire di argomenti chiari e forti è essenzialmente, a mio modo di vedere, quello di lanciare la parola, «àncora/ che ci viene dal bene», senza deragliare, di condurre il verso sulla fune in equilibrio tra forma e contenuto. Nella raccolta ciò avviene ampiamente ed è in virtù di questa sua capacità di timoniere che Stefano può permettersi di convocare nel dicibile ogni cosa, o almeno anche questa cosa. Esplorare l’impoetico, rendendone chiara voce, è grande merito, è strumento necessario per il poeta. Affrontare l’iper-poetico senza sfiorare la retorica lo è ancor di più. E l’intera raccolta ci dice questo: l’Autore ha convocato nella sua poetica, ormai riconoscibile e consolidata, anche il tema civile (non è la prima volta, ma qui si fa titolo, emblema, copertina), inserendolo armonicamente, traducendolo, per poterne dare testimonianza, in esperienza di parola, perché – evidenzia bene Vittorio Bo nell’Introduzione «la parola rappresenta la forza di opporsi ai muri, il disperato desiderio di conoscere, la volontà di essere con gli altri»:

«La chiave è nella Parola/ Suono che resta accanto/ Colore della pazienza/ Distesa sul paesaggio delle ore/ Passione e destino senza nome», p.63;

«Cerchiamo la parola esatta, àncora/ che viene dal bene […] luce/ nella piega delle labbra/ […] Ma quel che abbiamo è un alfabeto muto», p. 29.

Accanto alla tensione per la parola, insieme sostanza ed essenza, freccia e bersaglio, scorre nei testi un respiro, modulato dall’ondulante richiamo al «tempo», dal «fluire arrogante», senza orologio che lo scandisca «in modo esatto» e la cui declinazione è elemento portante di Incerto confine. Infatti, la vis della raccolta trova linfa nella linea di riflessione e confronto tra il lungo tempo dal quale noi siamo qui, citando il Celan di Dimora del tempo, dal tempo in cui il mare «fu Nostro», all’ora attuale dei porti chiusi, dove «si raggruma» e marcisce. Il poeta non vuole perdere, sotto la pioggia (altro termine ricorrente e significativo) che lava, ma pure cancella, l’urgenza di «afferrare cosa significhi essere qui». Comprensione urgente, necessitante, sul piano individuale e collettivo, che può orientare sul confine una luce cauta e protettiva («il confine del corpo/ è il filo spinato della paura»; «Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’Altro è il confine») oppure una scurità di opposizione ed esclusione («il linguaggio dei muri»). Consapevolezze cui ne devono conseguire altre che, nell’incerta tracciatura del confine, ci parlano plurivocamente di viaggi e percorsi, di andare (con «passi nervosi» e «corse sciancate») e «cerca[re…]/ una carta/ dai confini certi e chiari». Percorsi che sono chiaramente denotativi delle migrazioni («fuga», «sventura», «paura»), ma anche di soste e moti interiori, se è vero che «Passare il confine/ è un viaggio verticale/ […] oltre il labirinto delle cose» (p. 39). E quando il poeta definisce con nettezza che «la questione è sapere/ esattamente cosa fare, adesso» non è più possibile scindere la storia personale dalla Storia, il sole del giorno da quello dell’epoca, che se qui muore, lo fa per «rinascere altrove». Uno dei prodigi della poesia (povera arte che «rinasce sprofondando») è quello per cui alle domande che essa pone può rispondere anche un coro assortito di saggi e di ubriachi, per citare il precedente lavoro di Vitale, cioè sia la ragione che l’intuito. Le presenze in Incerti confini che da reali si ampliano a simboliche, sono quelle dei bambini, perché «Solo i bambini conoscono il vero/ passaggio che porta oltre quel nero», e pare forniscano il controcanto, l’antidoto, l’alito di vento che spazza (temporaneamente) le nuvole del dubbio e dell’impotenza della ragione.

Alfredo Rienzi
Marzo 2020