Recensione di Alessandra Paganardi

Custodi ed invasori, Mimesis-Hebenon, 2005
in Poiein.it, 28 gennaio 2006

L’ultima raccolta poetica di Alfredo Rienzi è un libro intenso, che non teme di ricorrere ad una veste linguistica coraggiosa e originale, a metà fra il filosofico/sapienziale e il decisamente aulico. Non semplice “scrittura di confine”, essa è situata su un margine poco esplorato e proprio per questo particolarmente pericoloso, come potrebbe esserlo la frontiera “calda” fra due nazioni nemiche. Si capisce però subito che l’autore riesce ovunque a padroneggiare molto bene i rischi di bipolarismo – e quindi di potenziale disomogeneità testuale – che tale scelta naturaliter comporta: ciò prima di tutto grazie alla sua maestria nel poetare, alla capacità mimetica di alternare versi lunghi e brevi; singoli distici, quartine e componimenti completi, quasi classicheggianti nella loro nettezza, con larghi stacchi poematici di struttura più decisamente epico-narrativa. Alcune citazioni emblematiche, che credo parlino da sole: “Sull’argine il relitto della barca/ s’era affossato tra i salici e una sponda/ incerta d’arena grigia e sterposa” (pag. 62).  “Una luce si spande di clorofilla e d’oro/ dalla finestra ad arco che guarda ad occidente/ un sonno senza nome e che non sogna niente/ incatena ad un letto d’attesa e di dolore” (pag. 61). “Forma tra le forme, argilla tra argille/ albero in fiore che come gli alberi/ in fiore, nel breve tempo del soffio/ ti donavi al vento e al frutto, goccia/ tra le gocce che mi hanno dissetato” (pag.49). Fra gli echi evidenti (bipolari anch’essi!) del miglior Montale e del miglior D’Annunzio, fra le pieghe di una sensitività che sembra a volte richiamarsi molto più indietro, fino alla solitudine composta e appassionata di certi frammenti saffici, emergono però interi scorci di più decisa visionarietà, particolarmente frequenti nella sezione di chiaro richiamo archetipico “Tipy et simulacra”: “Il dorso fulvo del leone curvo nell’erba gonfia d’harmattan/ non lo scevera l’occhio acquoreo e lento/ solo l’odore sai s’attacca e spande/ nella parte più bassa del cervello” (pag. 39); “Il drappo di nubi e pece ha slabbri di corallo/ dove s’affondano lame d’un sole/ pochi gradi oltre le curve orientali/ delle alture e gli spigoli di rame dei tetti lungo il Po” (pag. 41); “E’ apparsa nell’ombra del sottobosco,/ dove soltanto un raggio di neve solstiziale/ stringe rotte tra l’azimut ed il fondo del pozzo d’acquasanta,/ l’odorosa madonna del sambuco (…) (pag. 46) ”. E’ proprio in questi passaggi tra il sapienziale e l’orfico che il verso si allunga, si spezza e ricompone, perde consapevolmente la misura classica altrove conquistata; fino ad uscire a volte dalla misura del rigo, come nella breve sezione “L’evaso” e nell’ultima silloge “Epimnesie”, vero e proprio epifenomeno di una memoria dove ritroviamo un diverso tempo imperfetto, che altrove marcava una sorta di epico-sofica (“La strada di collina serrava nodi oscuri/ il guardiano appostato in un piccolo slargo/ tra bassi arbusti accese occhi di fiamma/ chiarissima (…), pag. 19); “Scindeva l’universo in dentro e fuori il diaframma indeformabile del vetro” (pag. 14). Qui invece l’imperfetto, il tempo dell’azione reiterata e incompiuta ma anche della sapienza atemporale, torna ad essere il tempo della memoria, dove a risultare è più l’assenza della traccia: “La vecchia casa era ben soleggiata ma l’umido dei muri/ narrava di stagioni dissepolte (…) ”(pag. 71); “Eri in ogni fiore e in ogni filo/ d’erba (…)”; “Quando arrivava così, senza preavviso, il tempo/ diffondeva un turbine senza forma (…)” (pag. 76). Ma “non c’è limite a quanto può essere cancellato” e del resto il poeta stesso confessa di essere affascinato dal modo “progressivo e lento” di scomparire delle cose. La mancanza prevale sull’essere e il tempus edax, non l’uomo, è il vero protagonista del divenire storico: la poesia di Rienzi ha il pregio e il coraggio di soffermarsi narrativamente sul dissolvimento, anziché aderirvi stancamente con la solita, morbosa coazione a ripetere dell’autobiografismo sentimentale. Questo racconto di mancanza, che fatalmente porta con sé il metalinguaggio della riflessione e l’epopea delle “morte stagioni” leopardiane, tocca le corde solo apparentemente contraddittorie della speculazione e della celebrazione dolente: proprio per questo l’autore oscilla fra epica e aforisma. Custodi ed invasori, vittime e carnefici sono tutti prigionieri dello stesso tempo che “compie l’opera del giorno” e la consuma. L’unica speranza è “un amore scuro e senza specchi” (pag. 58) oppure una rocambolesca evasione, favorita dallo stesso carceriere che si addormenta con la chiave nella toppa; ma l’autore, cioè metonimicamente la poesia, non è affatto certo di poterne o volerne beneficiare: “Sono e non sono l’evaso/ nudo nel sonno: tace il madrigale (pag. 65)” E poi, infine, la prigione è una metafora degli argini certi, seppur dolorosi, di cui abbiamo bisogno per sopravvivere: “Dio benedica l’alba ed il risveglio/ il carceriere e la sua voce certa (ibidem)”. Sembra d’intuire che la salvezza sia proprio nel rimanere prigionieri facendo conto, spinozianamente, sulla sola e inalienabile libertà interiore: il cui segno, forse, è proprio la capacità di uscire dalla falsa antinomia custodi/invasori per entrare in una circolarità eraclitea o zen, anteriore alla legge aristotelica degli opposti, del tertium non datur e della “ingovernabile e perversa/ legge di causa ed effetto” (pag. 42). Ecco da dove deriva il tono sapienziale di cui parlavo; ecco perché questa concordia discors, composta di solennità omerica e di oraziana pensosità, può riattraversare con naturalezza un confine per nulla minato, che soltanto i dualismi trancianti della nostra metafisica parcellizzata hanno reso apparentemente invalicabile. La poesia di Alfredo Rienzi, pur prendendo atto senza ingenui anacronismi di tutti gli strappi e fratture della modernità, racconta ciò che dall’antica sapienza è andato per compensazione perduto e, come il vento, “adesso, si può solo ipotizzare”.



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