Recensione di Gianmario Lucini

a Oltrelinee, Ed. dell’Orso, 1994, pubblicato su Poiein.it, Ottobre 2002

Dopo aver già letto la raccolta Simmetrie, edita da Joker, mi ha in qualche modo meravigliato che questa “vecchia” raccolta di Alfredo Rienzi mi sia piaciuta quanto e forse più della precedente. Dello stesso autore inoltre abbiamo in archivio anche altri lavori.
Oltrelinee è composto di due parti.  La prima, intitolata “Il costo della sopravvivenza”, è un’accorata riflessione sul cambiamento, ambientata in uno scenario di città o di periferia morta, raccontata con accenti disincantati e amari.  Una riflessione sullo scadimento della “qualità” della vita, certo non con gli occhi del sociologo ma con quelli del poeta, che evoca non per concetti e ragionamenti ma per immagini – a volte così nitide da poterle accostare a vere e proprie pitture dell’immaginario, capaci di colpire  nell’inconscio e di incidervi segni potenti.

Si porta il manto dell’indifferenza
come coltre sul bimbo nudo
e già malato, posseduto e perso…



Il quartiere ha sonno e fretta del sonno
e di morire giorno dopo giorno…



Nuovi asfalti al viale,
vetri, spinosi avanzi,
la disperante forza
dell’ultimo arrivato.

—-

Ci sarebbero voluti altri nomi,
fonemi più morbidi, più suadenti
giambi per certi uccelli di città,
forse avremmo così potuto astrarre
ben modellate immagini, musiche
imparisillabe tra il bianco e il nero
delle gazze, al fischio delle ghiandaie
comporre l’inno del corvo imperiale:
ma lasciamo che taccole e cornacchie
si portino altrove i loro stridori
i ruvidi bordi delle sagome
e gli spigoli ossuti delle doppie:
sopra l’acida crosta dell’inurbio,
fuori margine a questi nostri versi
che malamente spiumano per strada.

—-

Attendo risposta: io od il mio clone
pagheremo la colpa di vivere,
l’incementire del cielo sugli occhi,
la necrosi della città sul cielo
ed il muschio più aggressivo che cresce
tra fibra e fibra, che corrode il nervo?

Chi segnerà, chi scinderà il karma:
a chi il castigo della superficie
delle cose, a chi l’anima del mondo?
E la corona di tutte spine,
il metallo impuro che non trasmuta,
il pigmento?  E la ferita, l’arma?

A chi lo zoccolo, a chi l’artiglio?



… L’offesa è stata portata nel profondo:
ha divorato occhi e genitali:
che siamo muti androidi
a subire ora la morsa
nei fianchi indistricati
e gli spasmi dei nostri volti
già troppo usati.

—-

… Ma come chiameremo questi anfratti
dove è crollato l’albero del mondo
questo vuoti tra metropoli e borgo, macchie
sul planisfero, spine continentali, tane
d’occidente…

Immagini potenti, perentorie, che illustrano il panico e l’angoscia dell’incertezza – il prezzo da pagare per il semplice fatto di esistere.  Immagini però il cui effetto è direttamente subordinato a una sapiente maestria nell’uso della lingua, che in Rienzi troviamo sempre attentamente considerata e amata e rispettata nel suo spessore e nella sua forza evocativa, così che autonomamente si traduce in un significato forte: una lingua insomma che cerca la purezza non soltanto formale e musicale, ma anche uno spessore evocativo capace di aumentare esponenzialmente la forza di ciò che il testo di per sé già significa.

A questa prima parte ne segue una seconda, composta di 35 poesie più brevi, che – se interpreto correttamente la quarta di copertina – formano la silloge  “Corone di cieli intermedi”, vincitrice del Premio Montale 1992 e già edita da Scheiwiller nella raccolta collettiva  Sette poeti del Premio Montale, Milano, 1993.
La metafora che Rienzi qui riprende, è la metafora del viaggio, della vita, del salire, dell’accostarsi all’azzurro.  L’ambiente è quello (a noi caro) della montagna, raccontato con leggerezza, in forte contrasto con la prima parte, dove predomina uno spirito da “inferno” dantesco.  Ma il filo che lega le due parti sta forse nella nostalgia che sembra trasparire dalla leggerezza del racconto, da una certa lontananza mitica nella quale sembra collocarsi, come in un ologramma, il paesaggio.  Le immagini qui evocano calma, luce, fiducia, positività.  Domina il colore azzurro e la trasparenza di nuvole e di vento.  Ma si sente, dietro ai versi, l’irrequietezza, quasi la consapevolezza che questo mondo mitico pur se reale, in ultima istanza non è che sogno, traguardo da lasciare, cima che si raggiunge per poi subito discendere, perché non è dato vivere in questa tranquillo mondo rarefatto nel quale il gracchio gioca col vento, “fermo nelle correnti”.  Ma, rovistando nei miei ricordi, non mi pare di aver mai letto una silloge tanto bella sulla montagna, capace di coglierne le infinite metafore senza mai esprimerle se non alludendovi.  Ed è in questo modo che il racconto (perché le 35 poesie, a modo loro, sono anche un racconto) diventa la simbolizzazione della vicenda umana, magari di una vicenda umana agognata, astrolabio delle più segrete aspirazioni interiori, ma sempre poesia che parla di senso, capace di alludere a significati sempre più profondi ad ogni rilettura dei testi.
Un libro, pertanto, che forse più di Simmetrie mi è piaciuto, anche se in quest’ultima opera la capacità di metaforizzare e di penetrare i simbolismi esistenziali e certo più potente.  Qui gioca forse, a favore della mia impressione, una serie di temi a cui sono interessato ma credo che, anche prescindere da questo dato, il libro abbia un indiscutibile valore poetico e una accuratezza di scrittura che non sono certo quelle di un dilettante di poesia, ma di un artista completo e molto raffinato, capace di veicolare messaggi poetici profondi e originali con un verso ben costruito, che non ha certo nulla da inviare ad autori molto più conosciuti del nostro Rienzi.

http://www.poiein.it/autori/R/Rienzi/Rienzi2.htm
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