Recensione di Giorgio Favaro

Alfredo Rienzi: La parola postuma – Antologia e inediti
pubblicato su La Clessidra, Anno XIX, n. 1/2, dicembre 2014

Con la raccolta antologica La parola postuma, Alfredo Rienzi compie un’operazione che va ben oltre il semplice recupero antologico dei testi, ritenuti evidentemente tra i più significativi, dei volumi sinora editi (Oltrelinee, 1994; Simmetrie, 2000; Custodi ed invasori, 2005) e con la densità degli inediti de La parola postuma, si conferma come poeta tra i più originali degli ultimi decenni, come sottolineato dalla importante Prefazione di Giorgio Linguaglossa, dalla mirata Postfazione di Mario Marchisio e dalla consistente bibliografia critica.

Infatti, nella prima parte (Antologia), attraverso la scomposizione e il riassemblaggio dei volumi editi, il poeta conduce a un rinnovato percorso di lettura, che viaggia attraverso la macrometafora iniziatica e dantesca della catabasi e della anabasi: dalla discesa alchemica nell’interiorae terrae di Nigredo, dall’inferità di Nell’ora del male, dal tesissimo anelito alla risalita-redenzione de L’evaso, l’io poetico muove per approdare là dove si tenta l’ermetico equilibrio tra sopra e sotto, tra caverna e monte, luce e tenebre, reso nei versi calibratissimi di Simmetrie. Da lì, ancora, il poeta-esploratore del Sé e dell’Universo, come ispirato dal delfico nosce te ipsum et nosces universum et deos, e sospinto dall’urgenza della prova finale («verso altezze da cui non si ritorna», p. 73) si muove, rarefacendo le parole e le immagini nei testi di Oltrelinee, verso i luoghi uranici dove le «poche parole ancora / … possibili a dirsi» (p. 76) si trasformano in linguaggi di «poverissimi segni / piccoli sassi disposti in figure / che potrebbero dire». Singolarmente, così, il percorso antologico, si chiude tornando sui testi di esordio di Rienzi, in un ribaltamento di cause ed effetti, di rami e radici. Le figure della spoliazione (cfr. Aerostato, p. 53), del conflitto tra parola e silenzio («Il silenzio […] è potere / esclusivo degli dèi», p. 70) sono tra le più ricorrenti e peculiari della poetica di Rienzi. Anzi, tutta la sua opera, chiamando a testimonianza di questa tesi anche i potenti inediti de La parola postuma (dove la lotta tra parola, segno e silenzio, assume toni e scenari epici), appare imperniata, ancor più che sul dialogo/conflitto degli opposti, sull’esplorazione estrema dell’opposizione arcana di ordine e caos: la struttura dei singoli volumi, sempre attenta all’architettura generale, dopo aver assunto a fondamento la bipolarità di Oltrelinee (Il costo della sopravvivenza e Corone di cieli intermedi) e la manifesta cristallinità di Simmetrie, cui per necessitante reazione («La simmetria si rompe e si compone […] così fugge la parola dal recinto») Custodi ed invasori aveva opposto un verso dilatato e salmodiante, eleva e risolve con gli inediti dell’ultimo periodo, annunciata dalla significativa epigrafe ab Chao, chaos, la prospettive del conflitto: un Caos assoluto, dal tono gnostico e demiurgico, ingloba la sfera inferiore dove le ipostasi di ordine e caos relativi danzano come il giorno e la notte.

La ricostruzione antologica e gli inediti assumono, inoltre, il valore di una forte dichiarazione di poetica. E’ evidente, dai testi, che Alfredo Rienzi ha negli anni costantemente lavorato sul verso, operando ad ampio spettro, ma senza estremizzazioni, sia sugli aspetti ritmici e formali sia, con altrettanta incisività, su quelli simbolici e ideali. Rifuggendo da riproposizioni seriali e scontate e rischiando ogni volta variazioni stilistiche e sonore, tra il misurato e icastico lirismo del primo periodo e il verso composito, dilatato, ondulatorio di Custodi ed invasori. Con il “caos organizzato” della corposa sezione dedicata agli inediti (2005-2011), Rienzi riesce nel non semplice esito di rendere il suo verso sempre riconoscibile e peculiare, pur rinunciando a uno stile omogeneo e monolitico (in questo il volume appare assolutamente attuale e paradigmatico, proprio per la sua irriconducibilità a questo o quel canone), osando una dettato alto e assoluto, refrattario a passive accettazioni di scuola. Per tale fine alterna brevi poemi, di sorprendente densità e dolente bellezza, a frammenti dove l’io gioca a nascondersi e snudarsi, dove la parola accoglie slanci e sincopi, vacilla, resiste, risorge.

Giorgio Favaro