Recensione di Giorgio Linguaglossa

a Simmetrie, Joker, 2000, Pubblicato su Poiesis, n. 26-27, anno 2002/2003, maggio 2003, pp.92-3 ed in Appunti critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte, Edizioni Scettro del Re, Roma, 2002, pp. 282-3

Alfredo Rienzi è nato a Venosa nel 1959 e risiede a Torino, dove esercita la professione di medi­co. Ha pubblicato: Contemplando segni ( in Sette poeti del Premio Montale – Scheiwiller, Milano 1993); Oltrelinee (Alessandria, Dell’Orso, 1994) e Simmetrie (Novi Ligure, Joker 2000). In questa sede ci occuperemo dell’ultimo libro di Rienzi, operazione tematicamente compatta e teoretica­mente conchiusa, articolata in quattro sezioni: “Antinomie” (1997-1998); “Arenile” (1994-1997); “Nell’ora del male” (1994-1997) e “Nigredo” (1995-1998).
Al fondo del discorso di Rienzi c’è il tentativo di introdurre la simmetria, cioè l’ordine, nel caos. Rienzi prende atto della definitiva auto­nomia/antinomia del segno rispetto alla res ma non per una fuga tangenziale verso la simmetria unidimensionale dei segni, che porterebbe la ricerca in direzione di una riproposizione delle poetiiche post-semiotiche, quanto piuttosto verso la ricerca delle “antinomie” del discroso assertorio. Per Rienzi una doppia negazione rimane negazione, non diventa affermazione come il realismo lascerebbe intendere. La doppia negazione rappresenta invece lo sviluppo di una falsa antinomia, ed un discorso poetico cosciente dei propri mezzi non può sottacere questo evento fonda­mentale: il procedimento simmetrico della doppia negazione ci introduce all’interno delle antino­mie della logica simmetrica del linguaggio. Ed ancora, la doppia negazione è la risposta assertoria ad una domanda principiale che però nel testo non è posta, essa è al di fuori del testo; così come la verità si trova per Wittgenstein al di fuori del mondo, per Rienzi la verità si trova al di fuori del testo, al di fuori del contesto segnico. Con tale presa d’atto Rienzi si taglia fuori dalle poetiche post-simboliste e post-realiste, come, è ovvio, da ogni poetica post-sperimentale. Lo stile di Rienzi bril­la per la totale assenza di coniugazioni al congiuntivo o al condizionale. L’osservatorio del poeta è tutto invasato nel presente, in un presente onnivoro e ossessivo. Alla famosa domanda di Rilke : “Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere/ degli angeli?”, Rienzi non può non rispondere che in forma dilemmatica, con una doppia negazione assertoria: “Non luce, non tenebre”, “Non suono, non musica”, “Non monte, non caverna”, “Non deh, non terra: acque indefinite tra il ramo e il frutto s’avvolge la serpe”, “Non bianco, non nero: linea virtuale/di demarcazione”, “Non Corona, non Fondamento”, “Non centro, non distanza”, “Non fango, non cenere”, “Non arrivo, non ritor­no”, “Non fuga, non assedio”.
“L’osservatorio privilegiato” di cui parla Mario Marchisio nel risvolto di copertina di Simmetrie, presuppone una precisa scelta di campo nell’adozione di una ontologia del linguaggio poetico. I testi di Rienzi ad una lettura superficiale potrebbero essere letti come un epicedio della poesia dello stato d’animo o dell’essenza delle cose; il paesaggismo di Rienzi non ha nulla di artificiosamente retinico, non è finalizzato alla costruzione di una colonna sonora, è un paesaggio definitivamente abbandonato da ogni sorta di deità, la numinosità dello stile di questa poesia è una numinosità pro­grammaticamente laica, anche se v’è un sentore “di verità sapienziale-esoterica che l’io intende comunicare. Perché ciò che soprattutto stilizza l’invenzione lirica di Rienzi è una trasparente, uni­taria, allegoria di ‘viaggio’ (se non orfico, quanto meno misteriosofico) nei territori extradogana, extrafrontiera”, come scrive Franco Pappalardo La Rosa nella prefazione al volume. Ma se osser­viamo più da vicino il panneggio metaforico di questa poesia ci accorgeremmo che la sua presen­za è ostensibilmente serotina e purgatoriale: “Giungo sull’arenile a notte fonda/ – come un’onda bassa: inavvertita”.
La seconda sezione, “Arenile”, di cui abbiamo citato i due versi iniziali, esplo­ra la condizione intermedia dell’indistinto, la condizione purgatoriale della zona d’ombra (“la luna e le sue fasi’), nell’ora del tramonto (“Sarà qui tra il rosso e l’indaco”), quando “il guardiano dorme” e “si chiude e si dilata il deh, iride”, nell’ora purgatoriale del tramonto in una terra di nes­suno ove “una linea impalpabile segnava/spazi di nessuno tra il giorno e la sera”, dove non regna­no più né le domande né le risposte, dove non è avvenuto alcun peccato: “Non domandarmi dove sorge la stella/ veglia sul mare e vigila la linea/ dell’orizzonte..”. Qui si trovano alcune composi­zioni tra le più suggestive ed esteticamente calibrate della “nuova poesia”: “// dono che il destino mi ha recato/ sul! ‘arenile, lontano dai fuochi,/ è stato il tempo per studiare il cielo / e le costella­zioni in movimento// così che ora io le stelle ho l’orgoglio/ di mostrartele, come se fossero/ miei versi, che ora ne conosco i nomi/ e so indicarti ad est la fredda Vega// e sotto di essa Deneb ed Albireo,/ Altair nell’Aquila tra la Via Lattea/ e il Serpente, Ofìuco, la rossa Antares/ e Gemma della Corona Boreale..”‘, “Saettano ancora chiassosi i gabbiani/ e le sterne ove l’acqua si fa mare/ dove la vita nasce e dove muore,/ risorge e si sperde nelle onde eterne.// E dal cielo e per il cielo svol­gono/ spirali il gheppio e il biancone: poi fermi/ si fanno emblema di spirito santo/ come nelle icone di pentecoste..”.
Nella terza sezione, “Nell’ora del male”, lo stile lo stile si fa gnomico, vibra soltanto un’unica, totalizzante asserzione negativa: “Nell’ora del male e della condanna/non pos­sono salvarci le tortuose/ linee della vita e della fortuna/ o dell’amore…”, compare qualche gerun­dio: “scendendo dai quattro angoli del mondo”, si insinua qualche inciso locutorio: “Eppure in qualche modo..”, affiorano rari imperfetti: “avevano voci di merli e/ ghiandaie quando furono assaliti/alla nuca dal tempo senza alcun preavviso…”, intervengono lemmi di crudeltà: “La spada lo passò da parte a parte/ senza usare il fuoco, il fragore, l’odio”, addirittura, compare il passato remoto: “Fu l’urlo del lupo l’estrema soglia/ della notte…”
La poesia di Rienzi sta dinanzi alla verità non in un rapporto di possesso o di desiderio ma, consapevole dello stato di totale alienazione della propria condizione ontologica, questa poesia vibra, tra soprassalti e crudeltà, nell’assenza di un qualsiasi rapporto con l’ente, immersa in una condizione purgatoriale per l’assenza di un inferno ove dimorare.