Recensione di Sandro Montalto

a Simmetrie, Joker, 2000, su Hebenon, anno VII, nn. 9-10, aprile-ottobre 2002, p. 267

Con la raccolta Simmetrie (Edizioni Joker, Novi Ligure, 2000) Alfredo Rienzi depone un menhir che è ben difficile non notare. Questo libro originale per diversi aspetti, e certo inusuale, è imbevuto di alchimia e senso mistico, approfondisce le dottrine orientali applicandole alla nostra società e provandone la reciproca resistenza, crede di trovare nella saggezza del contatto tra uomo e Cosmo il segreto per evitare il progressivo abbruttimento e  il “tempo comune e senza tracia”. Ma questo libro si distacca sin dai primi passi dalla paccottiglia nauseante e nauseabonda di pubblicazioni di vario genere che in modo crescente ci invadono e ci propinano in ogni salsa immaginabile l’Oriente, quasi sempre soffocandone i pochi ma potenti aspetti interessanti e costruttivi (tali tendenze sono sviscerate nell’approfondita prefazione di Franco Pappalardo La Rosa ma, per un’analisi del pensiero occidentale in questa raccolta si legga la recensione di Gianmario Lucini su “La Clessidra” 2/2000, pp. 145-148). E non ingannino versi come “A oriente in folli corse /  va il bianco offertorio delle nuvole / perché il tempo chiami se stesso.”: non di cieca esterofilia deve farci sospettare ma piuttosto di una grande abilità tecnica che  riesce spesso ad esaltare anche testi concettualmente più deboli. Ma Rienzi fa innanzitutto poesia, e proprio con un continuo test sulla parola scritta cerca di ristabilire quel contatto vitale con il Tutto, scrivendo cioè la parola e leggendo l’uomo, per tendere alla coesistenza del rovescio. Vuole cogliere la “rosa bianca “ della verità sull’essere scendendo negli abissi della parola: “anche le parole / hanno confini spogli e freddi, / i colpi del cuore seguono /un codice nascosto nel germoglio”; “non suono, non musica: / / incauto rumore, verso morente / eppure suggerisce a giorni alterni / i mantra e buoni azioni per il mondo”. Un merito, ma anche in qualche modo un dovere e una “esigenza”: “Il silenzio, sublime / sintesi delle tre vie è potere / esclusivo degli dèi” e purtroppo “noi non abbiamo che parole vecchie: / in altro luogo sono custodite / le leggi del tempo e della sofferenza”.

Sapientemente diviso in quattro sezioni intitolate Antinomie, Arenile, Nell’ora del male, e Nigredo il volume presenta un grande numero di testi come pedine di una partita prevista fin da principio nei particolari, controllati e misurati in ogni parola e in ogni verso, musicalissimi e ben scanditi, esposti tipograficamente in un “centrato” degno di un epitaffio, nella simmetria di un edificio fatto di “icastici mattoni di segni””. Non vi è ombra di quotidiano, tutto è sublimato in una riflessione sulla vita dell’uomo, sul suo star nel tempo e nello spazio, e si compie il miracolo della quasi totale assenza di ripetizioni, ridondanze, eccessive somiglianze. Rienzi si avvale di una buona cultura per rinnovare e far girare su se stessi i concetti chiave del libro, e contemporaneamente ribadire sempre la necessità prima: “proprio come ripeti tutti i giorni, / tra una metafora qualsiasi e un gioco / di segmenti pitagorici e d’archi”. L’assenza di quotidiano baratta l’esigenza di appigli materiali con una costante presenza della natura, da interpretarsi come manifestazione a livello del sensoriale dell’uomo e delle leggi cosmiche, di vari  “luoghi” quali ad esempio l’acqua, nella quale “cielo e terra si confondono in un impasto melmoso primordiale e non c’è luce né tenebra” (Pappalardo), che è una fucina di archetipi come di vita e dona la pace, da cercare mentre “Dèi sordi amano cambiar sembianze: / la pietà è l’ondivago capriccio / la mezza vanità tra uomo ed uomo”. Ma reale, concretissima, è la morte che nella sezione Nigredo si percepisce chiaramente non come un mero evento ineluttabile e biologico, ma come una “arte / necessaria e solvente”, “un processo graduale e lento” che deve diventare “merito e compimento” attraverso il quale si può cogliere “il minutissimo granello d’oro”.