Recensione di Sandro Montalto

Alfredo Rienzi, Custodi e invasori, Mimesis-Hebenon, 2005,
su Il Segnale, anno XXV, n. 75, ottobre 2006, pag. 53

L’ultimo libro di poesie di Alfrdo Rienzi è un’aperta per quanto non programmatica, e per questo più che rispettabile, sfida ai moduli della poesia spompata di oggi, dedita a non infastidire e blandire anche il lettore più idiota, dedita all’offesa della lingua e all’impoverimento dell’espressione. Con questo libro potente, articolato, vivaddio complesso, dai versi tenaci e dalle strutture cristalline, l’autore porta probabilmente ai suoi vertici una ricerca poetica e paziente che ha visti nelle precedenti pubblicazioni Oltrelinee e Simmetrie (per non parlare di altre comunque ben significative pubblicazioni) tappe già ben delineate e di valore, riuscendo però ora a fare lo scatto definitivo. Tali tappe e significativi titoli sono anzi più che evocati, e non solo letteralmente, nella poesia che funge da epigrafe: «La simmetria si rompe e si scompone /ad ogni delta di protopensiero prima del nuovo anello / così fugge la parola dal recinto/ si scompiglia e scarmina i bradi spazi d’oltrepagina dove il suono-rumore / deflagrando irrompe incivilizzato e si dispone a un cauto lenire d’onda / ad una morte di guscio vuotato, di litote sfinita».

Con la splendida facilità di chi non deve liberarsi da condizionamenti della brutta poesia di oggi siccome non l’ha mai perdonata e non l’ha mai praticata come obolo ai potenti e zuccherino ai deficienti, Rienzi presenta un’opera che ha la dignità di una cattedrale. Ne ha la dignità, la storia alle spalle, persino una certa spinta difficile da definire. Soprattutto è alta ma non astratta, a volo d’uccello senza lesinare atterraggi e imboccate, ; favorevole alle (ragionate) suggestioni dell’ancestrale, dell’orfico, dell’onirico, soprattutto delle tradizioni gnostiche, senza mai perdere di vista l’importanza dell’autenticità delle sensazioni e l’essere cittadini del mondo, parte di una società riluttante quanto si vuole ma comunque portatrice di obblighi precisi. L’uomo prima di tutto, fondamentalmente in questo libro: «C’è sempre qualcuno a mezzo tra il corpo / e l’ombra, appeso a un nome che non torna». Rienzi conosce le forze, i pesi della materia: ecco allora che la sapienza architettonica ferma l’epica, e la ricchezza linguistica sprona l’aforisma. La poesia Per osservare il cerchio delle danze… ne è un esempio eccellente.

E ci si delizia, con la lingua poetica di Rienzi. Macroscopica e microscopica, individuale e sociale, anche se sarebbe ingiusto sbandierare un preciso impegno civile che non c’è, siccome l’autore pare dirci che chi non è sensibile alla bellezza non può aspirare all’autentica giustizia. Come scrive il sempre preciso Roberto Bertoldo (direttore della collana) in quarta di copertina, i custodi e gli invasori sono non solo le vittime e i carnefici, ma soprattutto «gli indizi della modernità, della sua perversione anche simbolica tra “causa ed effetto”». Rienzi si propone certo come custode di una tradizione (linguisticamente occidentale e culturalmente molto orientale e medio-orientale, però, in efficace sinergia) ma soprattutto come un «pellegrino» che (continua Bertoldo) non cede mai al «compromesso del canto» ma vuole chiarire «il vero volto della natura» che sa essere al di là di qualsiasi fantasiosa o asintotica immagine. Dice infatti l’autore: «hanno indossato forme non sospette custodi ed invasori:/ gabbiani dalle ali di crocifisso / conoscono le segrete distanze nel cavo della sfera / cormorani dal volo che si chiude / e si dilata all’inviolabile ora senz’ombra e senza luce.» e ancora «le brezze che scorrono tra le piume / con ali distese che non mostrano né spasmo né dolore / e si fa simbolo: croce imperfetta ed anello dell’immanente morte»: dialettica tra l’imperfezione della croce cristiana con i suoi retaggi e la perfezione della sfera e del cerchio («la fine che ingravida il principio»)? Dialettica tra due concezioni di tempo, lineare e circolare? E non a caso gli uccelli sono tra le figure più presenti in questo libro (tra figure viste e non viste, dalle manticore e le anfesibene ai concretissimi succiacapre), carichi di simbologie sia cristiane che medio-orientali e orientali; a volte in affastellamento senza urto, perfetta somma: «La coppa delle mani attorno al viso, / seguendo le ali e il volo dei corvi compassato, / guidava il dubbio evanescente e muto / di traiettorie monche e ellissi mai concluse [   ]controllavo la metrica ed il senso, indolente a ogni commento / indugiavo sul foglio in ghirigori, / in croci e strani fiori, in falci e mezzelune coricate».

Ed ecco che una conquista tira l’altra, e leggendo si inizia a notare come la poesia di Rienzi sia spesso anche meta poesia, praticata con attenzione ai fini e non ai proclami; mai Rienzi scrive sul fare poesia, ma fa poesia con una tale attenzione ai sensi e ai segni da impartire una lezione circa una certa aura (culturale, non sacrale) che la poesia ha quasi del tutto perduto.