Saggio di Gianmario Lucini

in Poeti e poetiche (vol. 1), CFR, 2012, pagg. 155-165

Rienzi non è un poeta facile e non è un poeta continuo. […]
Noi abbiamo seguito la sua poesia, negli anni, e abbiamo cercato di inquadrare la sua poetica, che sfugge e non si lascia penetrare sino in fondo mantenendo,  un (voluto) alone di ambiguità che però non è ombra o fraintendimento, ma apertura a diverse possibili interpretazioni. La sua e poetica è accostata in una nota di Luca Benassi sul sito web Vico Acitillo, per gli elementi di sontuosa visionarietà a quella di Campana e per altri aspetti a quella di Gatto. L’elemento fantastico ed esoterico e però una componente che, nella poesia di Rienzi, viene da una specifica messe di studi ed interessi personali nel campo delle discipline esoteriche, e naturalistiche da tempo coltivate. […]  

Per questa breve nota prenderemo in esame le ultime quattro opere di Rienzi: ossia Oltrelinee,  (ed. dell’Orso, 1994), Simmetrie (Joker. 2000), Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, Milano, 2005) e Mem Tau (in parte inedito, in parte inserito nell’antologia del Premio Gamondio, 2005 e in parte in Custodi ed invasori).
Rienzi è dunque un poeta che pubblica poco, ma lavora i suoi testi con infinita pazienza sino a quando la lingua e la musicalità della parola non giungono al giusto punto di coesione e la lettura passa sui versi, piana ma sentita, imbevendosi di suggestioni semantiche e prosodiche ben congegnate ed armonizzate in un verso sicuro.
Oltrelinee è composto da due parti. La prima intitolata Il costo della sopravvivenza è un accorata riflessione sul cambiamento, ambientata in uno scenario di città o di periferia morta, raccontata con accenti disincantati e amari. Il poeta si aggira nell’ambiente metropolitano con profondo smarrimento meravigliandosi del “manto dell’indifferenza” che consente al degrado di progredire, e di una umanità che solo “sonno e fretta del sonno / e di “morire giorno dopo giorno”. L’occhio rileva dettagli, segni della bruttezza del caos edilizio: “nuovi asfalti al viale, / vetri, spinose avanzi, / la disperante forza dell’ultimo arrivato”. Il poeta è conscio che la poesia non ha più nessun ruolo in questo sabbatico inurbamento, in questo “incementire del cielo sugli occhi” o “necrosi della città”, che rende i suoi abitanti “muti androidi”/ a subire ora la morsa / nei fianchi indistricati / e gli spasmi dei nostri volti / già troppo usati”. Lo smarrimento, la domanda senza possibile risposta è dunque il luogo mentale da dove il poeta inizia la sua riflessione. Immagini potenti, perentorie, che illustrano il panico dell’incertezza – il prezzo da pagare per il semplice fatto di esistere.
A questa prima parte ne segue una seconda composta di 35 poesie più brevi, che formano la silloge “Corone di cieli intermedi” comprendente testi già editi da Scheiwiller nella raccolta collettiva Sette poeti del Premio Montale (Milano, 1993). La metafora che Rienzi qui riprende, è quella del viaggio, del salire, dell’accostarsi all’azzurro. L’ambiente è quello (a noi caro) della montagna, raccontato con leggerezza, in forte contrasto con la prima parte, dove predomina uno spirito da “inferno” dantesco. Le immagini qui evocano calma, luce, fiducia, positività. Domina il colore azzurro e la trasparenza di nuvole e di vento. Ma si sente, dietro ai versi, l’inquietudine, quasi la consapevolezza che questo mondo mitico pur se reale, in ultima istanza non è che sogno, traguardo da lasciare, cima che si raggiunge per poi subito discendere, perché non è dato vivere in questo tranquillo mondo rarefatto nel quale il gracchio gioca col vento “fermo nelle correnti”. Rovistando nei miei ricordi, non mi pare di aver mai letto una silloge tanto bella sulla montagna, capace di cogliere le infinite metafore senza mai esprimerle se non alludendovi. Ed è in questo modo che il racconto (perché le 35 poesie, a modo loro, sono anche un racconto) diventa la simbolizzazione della vicenda umana, magari di una vicenda umana agognata, astrolabio delle più segrete aspirazioni interiori, ma sempre poesia che parla di senso, capace di alludere a significati sempre più profondi ad ogni rilettura dei testi.

Nel tempo segue poi la raccolta Simmetrie, edita da Joker nel 2000. Nell’introduzione a Simmetrie, Franco Pappalardo La Rosa evidenzia con grande acume e proprietà di argomentazioni, la parentela della poesia di Rienzi con il pensiero orientale. Tuttavia, a noi sembra che il libro, contenga sicuri riferimenti anche al pensiero occidentale e che il suo significato sia da intendere anche nella rilettura di una verità, da un punto di vista ovviamente poetico e non filosofico. Potremmo usare, parafrasando lo stesso poeta, al posto di “ verità” l’espressione “non metafisica e non fisica”, oppure “non immanenza e non trascendenza”, ma per giustificare tutto questo occorrono alcuni passaggi argomentativi.
Iniziamo dunque dal titolo, Simmetrie che , in modo esplicito, annuncia l’intenzione del poeta di porre, per così dire, ordine nel caos (non ci sfugge, peraltro, la grecità di questa antinomia, quel “gioco / di segmenti pitagorici e d’archi” cui accenna esplicitamente nella settima lirica) E per “caos” intendiamo l’abisso primordiale che continuamente si ripropone in ogni istante della vita, e che contiene in sé ogni principio (le antinomie appunto, i contrari che si richiamano e che non potrebbero esistere in solitudine: luce/tenebra, volere/non volere, voce/silenzio, bianco/nero,  cielo/terra, monte/caverna, ecc). E il poeta annuncia, col candore di un fanciullo, che per orizzontarsi, o almeno per sopravvivere , in questo caos (“diciamo che si lotta: non resa, non vittoria”), solo nostro strumento è la parola, la poesia, intesa anche come verità (non diversamente, ad esempio, la intendeva lo stesso Nietzsche e, in un modo simile, anche Heidegger), come evidenza che si impone da sé e che non ha bisogno della dialettica delle antinomie per manifestarsi, ma del sentire (“potrà il cuore / – orcio rosso, ampolla, candida coppa – / dirmi il nero e il chiarore delle cose”; e ancora “perché nel dubbio ti dovrei affidare /  al cuore) dell’intuire (“un’ipotesi / di movimento tra i ciliegi in fiore”), senza peraltro spiegare (“Non Corona, non Fondamento: / non posso spiegarti così la vita /  parlandotene e sciogliere il segreto /  impigliato dei nodi dei capelli”.
Ecco dunque che il poeta profila, nelle prime dieci liriche raggruppate nel titolo Antinomie, l’equipaggiamento mentale per tentare un percorso nel caos, quasi un viaggio dentro il mondo, distanziandosi e nello stesso tempo standovi dentro, come se volesse scegliere una terza via fra essere e divenire.
“Essere” infatti significa, metafisicamente, il ritrarsi dal mondo sensibile-reale che è divenire, mentre divenire, sempre metafisicamente, è il suo opposto.  La verità quindi sta nella poesia (“sii tu mia ancella zoppa nella folla / dei volti a delle forme darmi un segno / una voce sicura e chiara”;  “incauto rumore, verso morente / eppure suggerisci a giorni alterni / i mantra e le buone azioni per il mondo”)  che ricrea, ridicendolo, il mondo. Una terza via che si profila come gioco a-logico, come de-cisione che si rinnova sempre dando ordine simmetrico al caos, cioè trasformando le antinomie in simmetrie nell’espressione poetica, nel silenzio che sta nel verso (“ti direi … / di come succede che ora tra il pensiero / che precede la parola e il silenzio / che la seppellisce, si compia intero / il ciclo dell’amore e dell’assenza , / del velato dolore”). I contenuti della poesia di Rienzi e segnatamente questa parte introduttiva delle Antinomie sono dunque interpretabili anche secondo una prospettiva culturale occidentale che, seppur particolare, è comunque ormai disciolta nelle nostre stesse idee più comuni, perché può agevolmente essere fatta risalire a pensatori come Eraclito, Schopenhauer, Nietzsche (che pure sono molto vicini al pensiero orientale), e alcuni filoni dell’ermeneutica contemporanea.

Se, per così dire, protagonista di Antinomie è la poesia, nella seconda parte,  Arenile, troviamo una categoria continuamente richiamata, talvolta in modo esasperato, la categoria di tempo. Un tempo però soggettivo, senza scansione ma ciclico (“perché il tempo richiami se stesso”; “i giorni / come grani di rosario eretico”), “segno muto che non riesce a dirsi”, “tempo comune e senza traccia”, la pausa e l’attesa. In altre parole, la vita che lotta e che si interroga nel tempo, e dunque nel divenire, “un mistero / troppo comune per turbare i sonni”. Ma è anche un tempo che forze toglie, che va e che ritorna, rotondo come l’orizzonte. E in questo breve spazio ai confini del mare (altro archetipo che richiama il tempo, la sua profondità e vastità) il poeta interroga la natura e il corso delle stelle con l’anima di un primitivo, cercando tracce, domande, risposte, che il “verso insistito ripete e chiama / e il vento lo modula e lo confonde / al frinire ossessivo di cicale”. Sono “ linguaggi e canti / che non sappiamo più tradurre”, che soltanto tornando liberi e nella natura come gli uccelli, possiamo sperare di comprendere , e solo con la parola (con la poesia) possiamo compiere il miracolo di dare voce alla pena del mare, alla natura, che pur contiene in sé le nostre vicende le nostre parole. Un tempo simile, materializzato insieme reso astratto, attimo e cerchio, vicenda ed evento che viene simbolizzato, Trova riscontro, ancora, nel tempo degli antichi greci quando parlano di àpeiron, nel tempo che intende Nietzsche quando parla dell’eterno ritorno o dell’amor fati. Arenile accoglie quindi la ieratica serie delle precedenti antinomie, come loro accadimento, come scenario dentro al quale l’uomo le interpreta e le sente transitare nella sua stessa vita, che viene così ad essere intesa, nella sua essenza e nella sua vocazione, un anelito che esprime questa terza via fatta di immanenza che ci trascende e trascendenza che si fa segno dell’immanente, sintetizzata in questa idea di cerchio, di movimento ondoso, nell’idea di ordine e ritmo che il caos ritrova in se stesso o rende riconoscibile nelle simmetrie siderali, nel verso della poesia.

La terza parte del libro,  Nell’ora del male, la più allusiva a un divenire storico (attuale), è introdotta da un frammento di una lirica di Friedrich Rückert (1788-1866), che Gustav Mahler musicò nel 1904. Il riferimento alla musica di Mahler, che ovviamente nel libro non può essere diretto, è comunque prezioso per capire lo spirito di queste liriche: è infatti una musica sospesa nel tempo, tra morte e nascita, struggimento e sgomento, passione e quiete. La sestina citata da Rienzi, recita così: “Um Mitternacht / hab ich die Macht / in deine Hand gegeben / Herr, über Tod un Leben / Du hältst die Watch / um Mitternacht!”. Tentiamo una traduzione di tutto il frammento, perché si rivela un utile riferimento per la comprensione di tutto il libro: “A mezzanotte / rimetto il mio spirito / in mano Tua; / Dio oltre morte e vita, / Tu abbine cura / a mezzanotte”. Ma il riferimento extratestuale potrebbe allargarsi alle parole di Cristo prima di morire (appunto, nell’ora del male), “Padre nelle tue mani affido il mio spirito” in Lc. 23, 46, che poi sono a loro volta la citazione di un verso del Salmo 31,6. L’intenzione del poeta sembra quindi esplicitamente rivolta alla reviviscenza di un’inquietudine spirituale, un sentimento di morte ma insieme di speranza, ossia la comprensione  e la giustificazione di ciò che nel caos dell’esistenza non è dato comprendere, pur seguendo le “istruzioni per l’uso” del vivere che abbiamo a disposizione e che possiamo intravedere nelle simmetrie, nei segni, che possiamo interpretare. Non possono infatti salvarci, nell’ora del male “le tortuose / linee della vita e della fortuna / o dell’amore / ché il destino non pone condizioni: / incide le sue leggi sulle mani / e nell’iride / ed in ogni parte del nostro corpo / ma non sulla lingua così che ancora / inganni il tempo e per pietà gli menta”. Il poeta sembra dunque, con l’impiego di varie metafore (la rosa, il viaggio, il fiume, la notte, la spada, le stagioni, ecc) raccontare la vicenda umana che è tragica, ma che forse non può essere altrimenti, o forse è tale per la nostra incapacità di comprenderne il senso. E sembra allora, l’essenza di questo male, configurarsi come un regredire e un cedere a questo tempo cronologico, che divora e si divora, che lascia ogni nostro gesto come sospeso in un irrimediabile passato, già accaduto prima di ogni accadere, il non comprendere che nell’accadere c’è un germe che si proietta già nel futuro, che raccoglie in sé ogni tempo. Concetto quest’ultimo, espresso con particolare evidenza nella leggerissima lirica finale della sezione dove leggiamo: “Ma dormi tu il tuo breve tempo / Valentina, germinante piccola / e tenerissima lunula, ancora / un po’, sul tuo stato di transizione”. Sembra pertanto, questa sezione, la descrizione di un percorso iniziatico di morte/rinascita che, partendo da accenti cupi, si risolve poi gradualmente (anche nelle due precedenti liriche) in un canto di speranza, come la poesia di Rückert. Dobbiamo comunque riconoscere che l’impresa che il Rienzi affronta in questa sezione, non è delle più semplici: la poesia infatti poche volte ha parlato dell’uomo in modo diretto, esplicitamente per alludere il suo dramma esistenziale, e quando lo ha fatto la sempre dovuto sostenere l’incomprensione di molti (si ricordi, ad esempio, con quanta incomprensione fu accolto, dai suoi stessi amici, il poemetto L’uomo di Saba). Ma ci sembra che la soluzione trovata dal poeta possa essere al riparo da questo pericolo, perché la serie di liriche viene come illuminata anche dalle precedenti sezioni, eliminando asperità e tentazioni di possibili interpretazioni non contestualizzate con il resto del libro, come avremo modo di sottolineare alla fine della nostra analisi.

E arriviamo quindi all’ultima parte del libro, Nigredo, sorretta dalla metafora del vagare  ( sempre infatti ambientata la vicenda di un viandante che se ne va solo fra i boschi), della nebbia (forse più intesa come acqua nell aria). Si tratta di 31 liriche (è la sezione maggiore del libro) che raccontano per frammenti l’evoluzione del già accennato percorso iniziatico di questo uomo,  già protagonista della precedente sezione. Attraverso la simbologia del bosco, dei suoi luoghi, dei suoi momenti, il poeta sempre raccontare una rinascita che ha il senso di un  riappropriarsi del proprio ruolo nella natura, come parte di essere nel suo divenire, come nuovo senso al vuoto notturno e all’angoscia tematizzate nella sezione precedente. Il tempo protagonista delle due sezioni precedenti, sembra qui superato dall’azione, dallo svolgersi degli avvenimenti, dalla decisione degli accadimenti. Questo uomo che sorge e che rinasce è un uomo che sceglie di rimodellare il mondo facendovi parte ed accettando le sue regole, le leggi, appunto, del divenire, “ insieme crescendo carne ed erba”, fino alla accettazione naturale della morte e della dissoluzione del proprio essere in questo tutto naturale. Rispunta, anche qui, la concezione Nitzscheana dell’amor fati anche se – è bene comunque ribadirlo – non si intende qui esporre un sistema di pensiero ma una concezione poetica, una poesia dell’immanenza che ha al suo centro la corporeità, il senso della corporeità. Quello che il poeta sembra voler cantare, è una ritrovata armonia tra l’uomo psicologico e l’uomo-corpo- parte-della natura e sua manifestazione, fra colui che “non conosce altro che nuvole e nebbie” e colui che impara l’arte “necessaria e solvente della morte” (“nella notte sono sveglio: qui vivo / qui muoio: come l’erba e le falene”). Specie nelle ultime liriche, il tema di questa nuova prospettiva di integrazione naturale passa traverso l’idea di una citazione della morte non più vissuta con angoscia, ma come ritorno ad un’unità primordiale (torna il tema del caos, ma come trasfigurato da questo percorso di senso), come attesta l’ultima lirica: “Ah radici, muschi, semi germoglianti / fanghi, cristalli e sali della terra: / fatevi in me. Perché il settimo giorno / la quiete sia merito e compimento”.
Considerato nella prospettiva da noi indicata, il libro si presenta dunque come un poema epico e iniziatico, nel recupero di una dimensione mitica dell’esistenza, e nel quale si intravedono alcune linee portanti che legano insieme le varie liriche in un solo ben identificabile percorso.

Custodi ed invasori, infine, è una raccolta che non lascia scampo: o ci sei o non ci sei; voglio dire, con i simboli, gli archetipi, i significati che sposso l’autore fa propri prendendoli dalla tradizione esoterica, da testi sacri, dal mito e dunque leggendo la realtà di oggi con gli occhi dell’antico se non del primitivo.  Inoltre, l’autore profonde a piene mani nel lessico delle sue poesie, lemmi che appartengono a diversi gerghi che rappresentano l’ambito delle sue conoscenze (o meglio osservazioni dirette e studi) in ambito medico (a caso fra le pagine: l’ileo, la ragade, l’epicanto, ecc.), botanico (a caso: l’emerocallide, il corimbo), e zoologico (sempre a caso: l’arvicola, l’embrice [dei segni]), del mito (la manticora), persino i simboli dei “tarocchi” (“l’Appeso a testa in giù”), l’astrologia (“furtivamente Marte entrò in Scorpione”: “l’ottava casa”); tutti termini inusuali in un gergo allargato. L’autore prende inoltre spunto dagli stessi libri sacri (ad es. il libro di Abdia, un profeta minore della Bibbia, lo stesso Vangelo, il libro dei Salmi, ecc.) e ampiamente si riferisce a mitologie anche dell’Oriente. Non è dunque un libro facile, anzi, appare ermetico e decisamente impenetrabile se non si possiede un back ground culturale almeno minimamente familiarizzato con queste culture e questi gerghi. 
Chiariti i riferimenti archetipici emergono pian piano dall’opera alcuni significati forti, che lasciano intravvedere un percorso di senso, ma qui entra un altro fattore a sconvolgere le nostre piccole scoperte, ed è l’elemento onirico che caratterizza i testi, e qua e là dei lampi che, per parafrasare una poesia del nostro, se non ti ammazzano ti fanno luce (nel testo); ossia, veloci e improvvisi passaggi dall’onirico alla realtà, come in quella poesia a pag. 25: Cantileni di sogni preveggenti e dell’ottava casa / che accoglie i tuoi pianeti, / ma un gheppio si posa, nera pupilla e lampo nittitante, / sulla palina gialla dei bus numero dieci e ventidue: / occhio immobile su altri percorsi.
Ed in questa, che può essere o sembrare una tecnica specifica dell’eloquio, sta però anche una precisa intenzione del poeta, o forse una chiave di lettura della sua opera, ossia, non è l’onirico tout court che gli interessa, come quello di Campana ad esempio (che è trasfigurazione del reale nel sogno), ma un sogno nel presente, il tentativo di una lettura della realtà, alla luce della saggezza esoterica, in una dimensione pre-logica (o forse logica, ma basata su presupposti diversi dalla logica razionale), fatta di suggestioni, immagini, simboli, archetipi che si associano alla realtà stessa e che vengono organizzati nella parola e nel verso dalla scrittura del poeta.  Se questo può essere un’interpretazione corretta di questi “salti” dal reale all’onirico, ecco che la poesia di Rienzi non può essere definita “onirica”, perché il suo riferimento preciso, in ultima analisi, non sta nel sogno – interiore alla mente del poeta e affatto soggettivo – ma nella storia che accade intorno a lui, come realtà oggettiva irretita e filtrata nella scrittura e in una dimensione di senso che si basa su “altri” presupposti.  E dunque la poesia di Rienzi acquista, sempre se queste considerazioni sono corrette, una valenza per certi aspetti esistenziale o anche esistenzialista, e per altri aspetti sociale, anche nel senso di giudizio etico sulla storia. Certo, è un’allusione che a volte si legge a fatica, proprio perché egli tende a fondere insieme queste due realtà in un linguaggio che non ci è famigliare, ma non saprei in quale altra chiave tentare una lettura di questi versi, se non in questa.
Chi sono dunque i custodi, e chi sono gli invasori?  Che cosa invadono e che cosa custodiscono?  La risposta va cercata nel testo. Nella primissima poesia, custodi ed invasori “hanno indossato forme non sospette”, ossia “gabbiani dalle ali di crocefisso”, “cormorani” che volano “all’inviolabile ora senz’ombra e senza luce”. Le similitudini avicole proseguono lungo la raccolta: come in La questione del nibbio, che nel suo volo aperto “si fa simbolo: croce imperfetta ed anello dell’immanente morte”, “paradosso del predatore in veste di bianca e santissima colomba”, al quale, in una sorta di sindrome di Stoccolma, alcuni animaletti si offrono in “dono esiziale”, desiderandone il volo – si metaforizza qui, ovviamente, di relazioni fra umani, non fra bestie. In tutta la prima parte, intitolata Da torri d’oltrefiume, lo sguardo si posa sul paesaggio, sui segni del passato ormai inglobati nella natura, i suoni, le parole e il senso, il silenzio e l’urlo.  Un orizzonte che nella seconda parte, Typi et simulacra, il poeta interroga nei segni che vede, pur nella consapevolezza del limite dei suoi mezzi e della poesia (della quale “la pelle è cifrata da fuoco e morsi di bestie d’ogni specie”), ma con l’imperativo di non desistere.
Scrive, su Poiein, Alessandra Paganardi:
La mancanza prevale sull’essere e il tempus edax, non l’uomo, è il vero protagonista del divenire storico: la poesia di Rienzi ha il pregio e il coraggio di soffermarsi narrativamente sul dissolvimento, anziché aderirvi stancamente con la solita, morbosa coazione a ripetere dell’autobiografismo sentimentale. Questo racconto di mancanza, che fatalmente porta con sé il metalinguaggio della riflessione e l’epopea delle “morte stagioni” leopardiane, tocca le corde solo apparentemente contraddittorie della speculazione e della celebrazione dolente: proprio per questo l’autore oscilla fra epica e aforisma. Custodi ed invasori, vittime e carnefici sono tutti prigionieri dello stesso tempo che “compie l’opera del giorno” e la consuma. L’unica speranza è “un amore scuro e senza specchi” (pag. 58) oppure una rocambolesca evasione, favorita dallo stesso carceriere che si addormenta con la chiave nella toppa; ma l’autore, cioè metonimicamente la poesia, non è affatto certo di poterne o volerne beneficiare: “Sono e non sono l’evaso/ nudo nel sonno: tace il madrigale (pag. 65)” E poi, infine, la prigione è una metafora degli argini certi, seppur dolorosi, di cui abbiamo bisogno per sopravvivere: “Dio benedica l’alba ed il risveglio/ il carceriere e la sua voce certa (ibidem)”. Sembra d’intuire che la salvezza sia proprio nel rimanere prigionieri facendo conto, spinozianamente, sulla sola e inalienabile libertà interiore: il cui segno, forse, è proprio la capacità di uscire dalla falsa antinomia custodi/invasori per entrare in una circolarità eraclitea o zen, anteriore alla legge aristotelica degli opposti, del tertium non datur e della “ingovernabile e perversa/ legge di causa ed effetto” (pag. 42). Ecco da dove deriva il tono sapienziale di cui parlavo; ecco perché questa concordia discors, composta di solennità omerica e di oraziana pensosità, può riattraversare con naturalezza un confine per nulla minato, che soltanto i dualismi trancianti della nostra metafisica parcellizzata hanno reso apparentemente invalicabile.”
[…]