Saggio di Sandro Montalto

Alfredo Rienzi, in Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea, Joker, 2008, pagg. 35-38


Con la raccolta Simmetrie22 Alfredo Rienzi depone un menhir che è ben difficile non notare. Questo libro è imbevuto di alchimia e senso mistico (non: misticismo), approfondisce le dottrine orientali applicandole alla nostra società e provando la reciproca resistenza, crede di trovare nella saggezza del contatto tra uomo e Cosmo il segreto per evitare il progressivo abbruttimento e  il “tempo comune e senza traccia”. Ma questo libro si distacca sin dai primi passi dalla paccottiglia nauseante e nauseabonda di pubblicazioni di vario genere che in modo crescente ci invadono e ci propinano in ogni salsa immaginabile l’Oriente, quasi sempre soffocandone i pochi ma potenti aspetti interessanti e costruttivi23. E non ingannino versi come “A oriente in folli corse /  va il bianco offertorio delle nuvole / perché il tempo chiami se stesso”: non di cieca esterofilia deve farci sospettare, ma piuttosto di una grande abilità tecnica che  riesce spesso ad esaltare anche testi concettualmente più deboli. Rienzi fa innanzitutto poesia, e proprio con un continuo test sulla parola scritta cerca di ristabilire quel contatto vitale con il Tutto, scrivendo cioè la parola e leggendo l’uomo, per tendere alla coesistenza del rovescio. Vuole cogliere la “rosa bianca “ della verità sull’essere scendendo negli abissi della parola: “anche le parole / hanno confini spogli e freddi, / i colpi del cuore seguono /un codice nascosto nel germoglio”; “non suono, non musica: / / incauto rumore, verso morente / eppure suggerisce a giorni alterni / i mantra e buoni azioni per il mondo”. Un merito, ma anche in qualche modo un dovere e una “esigenza”: “Il silenzio, sublime / sintesi delle tre vie è potere / esclusivo degli dèi” e purtroppo “noi non abbiamo che parole vecchie: / in altro luogo sono custodite / le leggi del tempo e della sofferenza”.
Sapientemente diviso in quattro sezioni intitolate Antinomie, Arenile, Nell’ora del male, e Nigredo il volume presenta un grande numero di testi come pedine di una partita prevista fin da principio nei particolari, controllata e misurata in ogni parola e in ogni verso; e si tratta di versi musicalissimi e ben scanditi, esposti tipograficamente in un “centrato” degno di un epitaffio, nella simmetria di un edificio fatto di “icastici mattoni di segni”. Ma la simmetria che Rienzi cerca non è una sovrastruttura consolatoria e rigidamente logica, bensì una parafrasi dell’ordine e dell’armonia superiore, nonché il risultato dell’amorosa ma inflessibile operazione su una parola che il suo autore sa essere ben lontana dal rappresentare l’intima essenza delle cose, e che tuttavia è il miglior strumento a sua disposizione. Il mondo – e quindi la realtà del tutto – non sta interamente nella pagina, ma la pagina è l’orto che il monaco zen impara a coltivare armoniosamente come se esso fosse cellula germinale, o monomero, dell’universo. E, ancora, l’ordine non è una meta facile né certa: basti osservare i tumuli sotterranei, le increspature della seconda sezione del volume, o l’improvviso agitarsi temporale e modale del linguaggio nella terza sezione.
Insomma la poesia di Rienzi ci sembra descritta al meglio alla luce dell’alchimia: mescolanza organica di saperi occidentale ed orientali, di pseudo-scienza e pseudo-filosofia (nonché di scienze e di filosofia, a suo modo, beninteso), nella sua ricerca di una pietra filosofale, una sorta di elisir inesistente purissimo che si può ricavare solo dall’uso e simbolo degli elementi fondamentali del cosmo. sono l’ottica alchemica può giustificare la coesistenza di questo Simmetrie con la precedente e non certo inferiore (se avesse senso una graduatoria fra due opere simili, anzi, forse addirittura superiore) raccolta Oltrelinee24 meno assetata di assoluto (e questo può essere il segno di una evoluzione) ma soprattutto più legata a procedimenti linguistici di pregnante concretezza (si pensi al “fondo fondo del pozzo”). una sorta di “sontuosa pragmaticità”, direi, che in una macroarchitettura affascinante non si lascia sfuggire l’occasione per mettere in guardia lettore dalle falsificazioni di ciò che ama: “l’oracolo balbetta frasi monche, / geme, pare voglia celare / la profezia che tutti possono vedere” (e mette in guardia anche da chi s’atteggia, “l’abiuro dell’essere / l’eretico del niente”). A tratti però la parola prende la mano, forse proprio perché, in questo vortice di segni e sogni, “Nel segno suadente dell’immagine / tutto è dovuto al prezzo che non si contratta”.
Nell’opera di Rienzi continua un dialogo supremo. “Le due colonne dei cieli intermedi / l’Oriente e l’Occidente / gemmano a Sud il passo più elevato”, come è scritto in Oltrelinee. Il dialogo è difficile per due motivi: da una parte perché ovunque, proprio vicino a noi, “dietro ogni curva il disinganno”; dall’altro perché resiste la tentazione dell’algida perfezione (e della sua sterilità) simboleggiata da “La perla – lucentissima sferula / perfettissima – / d’indistinto fremito / soffre al viluppo d’ombre, / alla disperante amnesia di sé”. Si tratta della lotta tra il disinganno che “ci trasforma per l’altipiano” e la lusinga della perfezione riassunta nel vertice della piramide a cui assurgere, punto dove “le tre dimensioni si fondono in una”: ambedue metafore del viaggio e dell’ascesi, suggeriscono che l’unico percorso che sappia acquistare senso è fatalmente tortuoso, prossimo al circolo ma non circolare, e quindi lungo, ma efficace. Non a caso una figura ricorrente è quella del nibbio, che vola sulle sue prede compiendo cerchi concentrici ed aumentando velocità e precisione.
In Simmetrie non vi è ombra di quotidiano, tutto è sublimato in una riflessione sulla vita dell’uomo, sul suo stare nel tempo e nello spazio, e si compie il miracolo della quasi totale assenza di ripetizioni, ridondanze, eccessive somiglianze. Rienzi si avvale di una elastica cultura per rinnovare e far girare su se stessi i concetti chiave del libro, e contemporaneamente ribadire la necessità prima: “proprio come ripeti tutti i giorni, / tra una metafora qualsiasi e un gioco / di segmenti pitagorici e d’archi”. L’assenza di quotidiano baratta l’esigenza di appigli materiali con una costante presenza della natura, da interpretarsi come manifestazione a livello del sensoriale dell’uomo e delle leggi cosmiche, di vari  “luoghi” quali ad esempio l’acqua, nella quale “cielo e terra si confondono in un impasto melmoso primordiale e non c’è luce né tenebra” (Pappalardo), che è fucina di archetipi come di vita e dona la pace, da cercare mentre “Déi sordi amano cambiar sembianze: / la pietà è l’ondivago capriccio / la mezza vanità tra uomo ed uomo”. Ma reale, concretissima, è la morte che nella sezione Nigredo si percepisce chiaramente non come un mero evento ineluttabile e biologico, ma come una “arte / necessaria e solvente”, “un processo graduale e lento” che deve diventare “merito e compimento” attraverso il quale si può cogliere “il minutissimo granello d’oro”.

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L’ultimo libro di Alfredo Rienzi Custodi ed invasori25, è un aperta per quanto non programmatica, e per questo più che rispettabile, sfida ai moduli della poesia spompata di oggi, dedita a non infastidire e a blandire anche il lettore più idiota, dedita all’offesa della lingua e all’impoverimento dell’espressione. Con questo libro potente, articolato, vivaddio complesso, dai versi tenaci delle strutture cristalline, l’autore porta probabilmente ai suoi vertici una ricerca poetica e paziente che ha visto nelle precedenti pubblicazioni Oltrelinee e Simmetrie (per non parlare di altre comunque ben significative pubblicazioni) tappe già ben delineate e di valore, riuscendo però ora fare lo scatto definitivo. Tali tappe e significativi titoli sono anzi più che evocati, e non solo letteralmente, nella poesia che funge da epigrafe: “La simmetria si rompe e si scompone / ad ogni delta di protopensiero prima del nuovo anello // così fugge la parola dal recinto / si scompiglia e scarmina i bradi spazi d’oltrepagina dove il suono-rumore / deflagrando irrompe e si dispone a un cauto lenire d’onda / ad una morte di guscio vuotato, di litote sfinita”.
Con la splendida facilità di chi non deve liberarsi da condizionamenti della brutta poesia d’oggi siccome non l’ha mai perdonata e mai praticata come obolo ai potenti e zuccherino ai deficienti, Rienzi presenta un’opera che ha la dignità di una cattedrale. Ne ha la dignità, la storia alle spalle, la forza, persino una certa spinta difficile da definire. Soprattutto è alta, ma non astratta, a volo d’uccello senza lesinare atterraggi e imbeccate; favorevole alle (ragionate) suggestioni dell’ancestrale, dell’orfico, dell’onirico, soprattutto delle tradizioni gnostiche, senza mai perdere di vista l’importanza dell’autenticità delle sensazioni e l’essere cittadini del mondo, parte di una società riluttante quanto si vuole ma comunque portatrice di obblighi precisi. L’uomo prima di tutto, fortunatamente, in questo raro libro: “C’è sempre qualcuno a mezzo tra il corpo / e l’ombra appeso a un nome che non torna”. Rienzi conosce le forze, i pesi della materia: : ecco, allora che la sapienza architettonica ferma l’epica, e la ricchezza linguistica sprona l’aforisma. La poesia Per osservare il cerchio delle danze… ne è un esempio eccellente.
E ci si delizia, con la lingua poetica di Rienzi. Macroscopica e microscopica, individuale e sociale, anche se sarebbe ingiusto sbandierare un preciso impegno civile che non c’è, siccome l’autore pare dirci che chi non è sensibile alla bellezza non può aspirare ad una autentica giustizia. Come scrive il sempre preciso Roberto Bertoldo (direttore della collana) in quarta di copertina, “i custodi e gli invasori sono non solo le vittime e i carnefici, ma soprattutto “gli indizi della modernità, della sua perversione anche simbolica tra ‘causa ed effetto'”. Rienzi si propone certamente come custode di una tradizione (linguisticamente occidentale e culturalmente molto orientale e medio-orientale, però, in efficace sinergia), ma soprattutto come un “pellegrino” che (continua Bertoldo) non cede mai “al compromesso del canto” ma vuole chiarire “il vero volto della natura” che sa essere al di là di qualsiasi fantasiosa o asintotica immagine. Dice infatti l’autore: “hanno indossato forme non sospette custodi ed invasori / gabbiani dalle ali di crocifisso / conoscono le segrete distanze nel cavo della sfera / cormorani dal volo che si chiude / e si dilata nell’inviolabile ora senz’ombra e senza luce”. E ancora, ” le brezze scorrono tra le piume / con ali distese che non conoscono né spasmo né dolore / e si fa simbolo: croce imperfetta ed anello dell’imminente morte”: dialettica tra l’imperfezione della croce cristiana con i suoi retaggi e la perfezione della sfera o del cerchio (“la fine che ingravida il principio”)? Dialettica tra due concezioni del tempo, lineare e circolare? E non a caso gli uccelli sono tra le figure più presenti in questo libro (tra figure viste e non viste, dalle manticore e le anfesibene ai concretissimi succiacapre), carichi di simbologie sia cristiane che medio-orientali e orientali, a volte in affastellamento senza urto, perfetta somma: “La coppa delle mani attorno al viso, / seguendo le ali e il volo dei corvi compassato, / guidava il dubbio evanescente e muto / di traiettorie monche e ellissi mai concluse: / […] controllavo la metrica ed il senso, indolente a ogni commento / indugiavo sul foglio in ghirigori, / in croci e strani fiori, in falci e mezzelune coricate.”
Ed ecco che una conquista tira l’altra, e leggendo si inizia a notare come la poesia di Rienzi sia spesso anche metapoesia, praticata con attenzione ai fini e non ai proclami: mai Rienzi scrive sul fare poesia, ma fa poesia con una tale attenzione ai sensi e ai segni da impartire una lezione circa una certa aura (culturale, non sacrale!) che la poesia ha quasi del tutto perduto.

22 – Edizioni Joker, Novi Ligure 2000
23 – Tali tendenze sono sviscerate nell’approfondita prefazione di Franco Pappalardo La Rosa; per un’analisi del pensiero occidentale in questa raccolta si legga la recensione di Gianmario Lucini su “La Clessidra” 2/2000, pp. 145-148
24 – Edizioni dell’Orso, Alessandria 1994
25 – Mimesis – Hebenon, Milano 2005