Selezione di testi da La parola postuma. Antologia e inediti, puntoacapo, 2012

NOTA: La parola postuma. Antologia e inediti viene pubblicata da puntoacapo nel 2012 come raccolta vincitrice del Premio Fiera dell’Editoria di Poesia 2011 e raccoglie un’ampia selezione antologica dei volumi precedentemente pubblicati: Oltrelinee (1994), Simmetrie (2000) e Custodi ed invasori (2005), smontati e ridisposti secondo un percorso non basato sulla cronologia dei testi, cui si rinvia per la lettura di alcuni testi già editi. I testi inediti hanno costituito i nuclei originari dei successivi volumi Notizie dal 72° parallelo (2015) e Partenze e promesse. Presagi (2019), cui, altresì, si rinvia.
Qui si espongono, quindi, esclusivamente alcuni testi tratti dai poemetti non pubblicati altrove:
La legge del piano inclinato (il quale, peraltro, fu pubblicato solo in parte e credo che nella sua interezza sia andato perduto) e La parola postuma


La legge del piano inclinato

IV.
La mano non è fatta per concepire il vuoto
senza calore al tatto e incomprimibile
né l’occhio il mare senza
isole, e sirene, e il cielo senza nubi
e i voli delle anime vaganti.
Lo leggo nel tuo sguardo, corrucciato
che scientemente asciughi alle parole:
non credi più alla ionosfera e al buio
oltre. Io alla resurrezione delle rose,
perché ne ho viste e colte di immortali.
Ma al vuoto faccio ancora un po’ fatica
e quando capovolgo la clessidra
grano su grano la logica trionfa
ma grano dopo grano,
poco più su la logica si smonta.

VII.
Ma fossi in te aspetterei sull’uscio
che si separi l’incesto d’ombra e luce
mistico sposalizio e mercimonio
lo vedi ad ogni verso, ad ogni fiato
che l’aria un po’ condensa e un poco scioglie
se stessa e polveri minute e fumi.
Come la rosa del deserto che fu
roccia e poi sabbia e nuovamente roccia.

VIII.
Altra è la legge del piano inclinato.
Avrai oblio di me, nelle distanze
dove il velluto nero della tenda
sarà per te mantello
e coltre. Ma narra di queste vaghe
mura alla creatura senza bocca
che aspetta, in agguato nella notte:
ha gli occhi come un nulla e come un sogno:
raccontale questa realtà incompleta
né orbita né centro del pianeta.

X.
Sii cauta, allora, e benedetta e intrattenuta
(e folle come quando tornerai)
se proprio devi andare – scegli con cura i segni
la casetta della cincia il pertugio
del picchio e come si dirama il bianco
fusto di betulla, l’inclinazione del vento e l’esagramma
dei sentieri. Evita i bracconieri
le piste troppo esposte e quelle troppo oscure:
le luci, più di ogni altra cosa, segui
i riflessi che il sole apre e inarca
e le pupille scure tra le felci:
solamente un’equa distribuzione
sul corpo caldo e nudo
di superfici in ombra ed irraggiate
sarà pegno e certezza
che, respiro a respiro, urto ad urto
ti nomina e ti accoglie questa scena.



La parola postuma

il mondo era così recente, che molte cose erano prive di
nome, e per citarle bisognava indicarle col dito

G. Garcìa Marquez,
Cent’anni di solitudine

Più non dicono i poeti degli Dei
Questi, incupiti e sdegnosi, tacciono
Ed affidano i rivoli del verbo
All’altre creature del quinto e sesto giorno

I.
La Parola fu perduta la prima
volta nel tragitto tra bocca e orecchio

(tra una bocca e molti orecchi, sostiene
un’altra fonte e una tradizione delle terre argillose
narra tra molte bocche e un orecchio – chissà – l’inesatta ricostruzione
degli eventi spesso inquina il presente,
figuriamoci un passato remoto e renitente…)

fu un boato improvviso che sovrastò il suono ondulato delle prime vocali
forse il più antico dei tuoni o un vulcano insonne, la voce stessa di Adonai
o l’idea dell’ordigno originale che s’inscrisse nel genoma umano

così giunse all’orecchio solo un fragore d’aria
un urto indistinto.

II.
La seconda parola precipitò nei vortici del fiume
da troppo lontane e opposte sponde
la voce, alta, giungeva debole – più dei flussi su i sassi e le radici
si confondeva con gli aspri commenti di gazze e cormorani.
Contornava la bocca con le mani
come a proteggere un’incerta fiamma di candela nel vento
accompagnava con gesti improvvisati l’urlo
per la troppo lontana e opposta sponda…

III.
La terza parola
(i manoscritti si possono però tradurre anche:
del terzo giorno o di una qualunque altra unità di tempo)
la terza parola si udiva forte
ma intermittente come se sgorgasse
da un faro: un’orbita, un singhiozzo
fu un lavoro paziente sommare suono a suono
una sciarada senza snodo e approdo
nulla che mostrasse un senso compiuto: forse una lingua estinta o
lunari distorsioni delle voci.
[…]

IV.
La quarta parola neanche s’intuì:
tutti ciarlavano, oscene le lingue si ammucchiavano come corpi in orge
nessuno ad ascoltare.

Con dolore, ricordo. A malapena.

Fu un’epoca tenebrosa della storia
o, più modestamente, un passo oscuro di questo poema.
Il pensiero, reciso dalla bocca e dal nome,
disperso tra i pilastri dell’inclemenza e del disamore
s’annegò in una cantilena intrauterina. E il Numero rinunciò
a se stesso, nell’algido esilio di uno zero primordiale.
Come in attesa di tempi migliori.

[…]

VII.
L’ ultima parola, dunque, rinunciò al suo stesso suono.
La corteccia (dove il cervello archivia il mondo noto,
la tassonomia delle specie e la dossologia del dolore)
figurò l’oggetto o l’astrazione – chissà –
un nome proprio, un participio, l’acronimo del mondo…
e si distinse chiaramente l’aria entrare nei polmoni
il busto prepararsi al flusso
le corde nella gola farsi intaglio:

ma qualcosa avvenne che interruppe l’atto
un suicidio, un tonfo acuto:

la Parola rimase impronunciata
(lo so: è paradossale ricordarlo dopo due o tre pagine di versi
ma separiamo bene i ruoli di chi parla e di chi ascolta, o almeno finge)
proprio così: quel Nome già in viaggio tra pensiero e lingua
fu inghiottito – all’ultimo momento
da un silenzio acuto. Se osceno o sacro
potrebbe giudicarlo solo il muto-dicitore-delle-cose.

Eppure, eppure era proprio lì sull’orlo
della bocca, le labbra aperte quasi suggerivano la lettera iniziale
l’altezza del diaframma faceva intendere il fiato necessario:

potrei sbagliare, ma credo fosse breve.

VIII.
Mi sarei aspettato che questa storia
finisse qui, senza finale, appunto.
Un lettore apocrifo e un traduttore di pergamene false
hanno testimoniato: ogni ulteriore aggiunta
pare sia ininfluente. E forse inopportuna.

La Parola non venne pronunciata
– sottolineano – non c’è altro da aggiungere,
da attendere, ordire, vita da dissipare.

Però io l’ho seguito, con la coda dell’occhio
il Silenzioso, dopo la rinuncia o l’amnesia o il pudore improvviso
l’ho visto, sono certo, scrivere qualcosa. Minimi tratti
(avevo dunque ragione: era breve!) su un avanzo di carta
ho fatto fino in tempo a scorgere l’inchiostro rosso.

Ma nulla più, prima che fosse per sempre estinta nella fiamma.

IX.
Chiamatela perversa ostinazione.
Ma se la Fenice risorge
e rinnova l’ordine delle piume
le geometrie del becco, l’ardita simmetria d’ogni sua parte
la veggente precisione dell’occhio…

O chiamatela ingenua allegoria
che adorna di narcisi il sottobosco dopo l’alito nero dell’ustione.

O più semplicemente chiamatela speranza:

che tra le cenere si sia salvata
almeno una silente curva della shin