Poeti (di Torino) in 10 righe # 20: Roberto Rossi Precerutti

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Con il contributo di Dario Capello

Roberto Rossi Precerutti è nato a Torino nel 1953 da famiglia piemontese di antica origine. Laureato in Lettere presso l’Università di Torino ha fondato, nel 1980, le edizioni L’arzanà ed esordito in poesia con Entrebescar (Forum 1982). Molte e importanti le collaborazioni e le pubblicazioni con l’editore Crocetti (da Una meccanica celeste, 2000 a Rimarrà El Greco, 2015, finalista Premio Viareggio 2015). Le raccolte più recenti sono: Domenica delle fiamme (Aragno 2016), Fatti di Caravaggio (Aragno 2016), Un sogno di Borromini (puntoacapo 2018), Un impavido sonno (Aragno 2019), Verità irraggiungibile di Caravaggio (Neos 2020, Finalista Premio Viareggio, 2020). L’ultima raccolta è Il sogno del cavaliere (Neos 2021).

Una cifra inconfondibile della poesia di Roberto Rossi Precerutti è immediatamente avvertibile come sonorità di fondo del verso (quel “tracciato di grazia”…), un pulsare insieme di ritmo (poggiato spesso su forme chiuse ed in particolare sul sonetto) e sapienza che finisce sovente per stringersi in epigrafe, in emblema universale. Sontuosamente funebre, secondo la lezione di Gongora e di Mallarmé, di cui è stato raffinato traduttore, la scrittura di Roberto Rossi Precerutti è un modo di corteggiare l’abisso. Una lezione di tenebre, dunque, alla ricerca di un “non vedere” o di un “vedere segreto” da affidare alla parola. E la parola è lì, pronta a fluire in un “tracciato di grazia”, oltre al buio. C’è un buio, qui, che guida e chiede di entrare nella chiarezza di una forma cristallina.



La fabbrica del cielo

Lascia che questo tempo dissipato
poi si conti nella mano che accosta
alle labbra un po’ di terra: non costa
nulla il riflesso infantile agganciato

a una memoria divisa; implacato
è dunque l’azzurro, vedi, si apposta
alla punta delle dita, non sposta
il fragile orizzonte verso il prato

dei ben vissuti, tra sciami volanti,
attorno a qualche abbuiata promessa
o a faticosi lavori comuni.

Sei ancora tu, contro sibilanti
richiami che circondano una spessa
coltre di nebbia e metalliche funi.

da Un impavido sonno, Aragno, 2019, pag. 65



Il sogno del cavaliere

I

La luce delle prime albe felici
lo imbianca come un’invocazione
che buia dentro il costato chiuso
nell’azzurro corsaletto è invenzione

di un sogno stolto o infantile, e il riposo
vorrà barattare l’abbandono
del bel corpo con l’olio di un tempo
scampato a quel dovere silenzioso

che giovinezza da sé allontana
per l’orrore di una fine promessa:
colpi su colpi, avidità, madore

della pelle che non sa cosa accade
seguiranno, vita, il tuo splendore
che accende straniero l’acqua degli occhi


da Il sogno del cavaliere, Neos, 2021, pag. 7



Un innumerevole buio
Quattro tempi per Mark Rothko


Primo tempo

I


Nella camera dove il buio pare
diligenza di voci di pietra,
scagliata in un impossibile albeggiare
soltanto una manciata di raggi

che accieca respingendo l’oltraggio
di una lingua seppellita al limitare
dello sguardo, io potrei, oltre i vetri
antichi della galleria, raschiare

dalla mente percossa ogni superbia,
il frammento amaro d’un pensiero
amoroso o selvaggio, l’ansia che impetra
la ragione davanti all’intero

vedere: ma non è notte, solo tempo
liberato nel suo eterno bruciare.

da Il sogno del cavaliere, Neos, 2021, pag. 31

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