Gabriella Grasso, Quale confine, Kolibris ed., 2019

Gabriella Grasso, nata a Catania nel 1971 ed insegnante in Acireale di Lettere nella scuola secondaria, nel 2019 pubblica con l’editore Kolibris la sua opera prima Quale confine e offre nelle sei sezioni che compongono la raccolta (tra me e tetra l’albero e il cielotra il falso e il verotra il concreto e il misterotra ieri e domanitra il vetro e domani) risposte e soluzioni multiple alla domanda insita nel titolo. Tuttavia colloca la sua poetica in un’area dove “questo gioco del doppio/ due sensi due storie due scopi” si risolve nel “loro confuso intrecciarsi/” e nel “loro occultarsi”: vale a dire “entro ogni confine”, qui, nelle ampie coordinate del mondo e dell’esistere, solcate da assenze, abbandoni, oscurità e slanci vitali, ma – soprattutto – dove si inscena il tentativo di ridefinizione del rapporto in sé e fuori (e “sopra”) di sé dell’autrice. Non è il raggiungimento o il valicamento (l’espansione) del confine che muove la poesia di Gabriella Grasso, ma la ricerca di un punto di equilibrio o, almeno, di accoglienza del vissuto e di contatto tra le due sponde. E’ in effetti il caso, senza infingimenti, di evidenziare che è la rielaborazione poetica del proprio vissuto reale – e dei luoghi nei quali questo si svolge – a fornire la maggior parte delle occasioni poetiche. Alcuni dei più riusciti tra i componimenti, che sono spesso lunghi e articolati, non lesinano i richiami ai propri luoghi (le pinete etnee, il vulcano ecc.) e alla propria gente (La processione degli uomini, Marzo pazzo).
L’autrice ricorre ad una lingua piana, nella quale si percepisce l’intento, ben riuscito, di frenare gli slanci lirici, ma senza minimamente cedere al prosastico ed anzi per addensare la parola nella sua valenza descrittiva e semantica. La ritmica, più che alla parola, è affidata alle pause interne che sincopano il verso breve (a volte brevissimo e sospeso: “e nel mio”; “e per”; “e”; “noi”) dalla costante corrispondenza sintattica.
A.R.



«Quale confine è una domanda retorica. Non c’è confine per lo sguardo, soltanto un orizzonte distante verso sui tendere, un punto interrogativo da flettere. E’ uno sguardo avido quello del poeta che si avvia brancolando lungo l’impervio percorso della rinascita, “è voragine/ all’istante/ che chiede e dà/ senza mezze misure”. Quale confine è un libro che va scrivendosi dopo la tempesta del dolore di cui non era chiara la fine, con le mani graffiate, sulla spiaggia dei sopravvissuti, quando il volto caro è sprofondato “nell’evidenza/ di quella che chiamano assenza”. Va scrivendosi nella stanchezza incredula e nella sospensione di esserci ancora, con senso di sorpresa – e forse di colpa – per essere scampati alla messe della morte, chiedendosi se tutto sia davvero stato […] L’orizzonte adesso è quello del mare calmo, come innocente, incapace di tanto tumulto. I rumori si attutiscono nella bonaccia, le lacrime rientrano come perle tra le valve.»
Chiara de Luca, dal risvolto di copertina



Quale confine

Quale confine
tra me e te
quale contorno
alle sagome e ai pieni
quali steccati
ai nostri terreni

Se tuo figlio
è ungherese
e nel mio
scorre sangue ghanese
ed in fondo
stiamo al mondo
gemelli siamesi
tra noi
e lo spazio che è intorno

Quale distanza
tra gli oggetti
di questo universo
se il tempo
e l’oggetto
una sola
tra le tante
possibilità

L’interfaccia rimane
come liquido limes
dove scorre l’accordo
tra i ritmi di battiti altri
e fluisce il dialogo
tra le partiture
dove l’onda è armonia

Ogni luogo diventa
creazione e memoria
e dentro la storia
le persone diventano luoghi
nel cui movimento rivive
il confondersi e il ritrovarsi

Le radici diventano frutti
e di frutti si ciba ogni uomo

Quale sfondo
se l’ascolto e il racconto
il migrare e l’incontro
saranno per noi
il solo modo di stare al mondo



Proemio doppio

Raccontami o Musa
ma parlami anche tu
contadino

Narrate le gesta di chi
ha già deciso
per sé e per chi non conosce
Colui che manovra
con scaltra sapienza
i fili dei suoi burattini
e finge di avere in disprezzo
paure ed esitazioni
si lancia in imprese di fuoco
dalle sue sicure stazioni
dove sorseggerà
un bicchiere di whisky pensando
di provare così quell’incendio
di conoscere già quelle vampe

Ma non tralasciate nemmeno
i gesti di colui che ogni giorno
dissoda la terra
la libera, la fa respirare
prepara le zolle a covare
quel ciclico, sacro mistero
di un seme nascosto
preludio di cibo per tutti

Narrate e ditelo al mondo
cos’è questo gioco del doppio
due sensi due storie due scopi
il loro confuso intrecciarsi
il loro occultarsi
pensato da chi
vorrebbe così tramandare
una sola vigliacca memoria

il cui duro prezzo
non intende pagare




Ah, quelle parole

Ah, quelle parole
che mi vennero incontro
che mi vennero addosso
mentre cercavo la vita

Nero su bianco
su un foglio di fortuna
o in formato word
nel ventre di un computer

Si ancoravano
con furia ai miei capelli
e le portavo in giro
con ritrosia

tremanti e gagliarde
impazienti
incuranti
di folate di vento
dell’usura del tempo
di black out perentori
o capricciosi
sbalzi di corrente

Mi hanno insegnato
il segreto del gioco
la temerarietà
e la fiducia
nell’ignoto.


Su Quale confine leggi anche:

È una poesia, quella di Gabriella Grasso, che ha cognizione del lutto, della catastrofe, della perdita irreversibile. Non solo, ma ha il coraggio di indicare che il dolore è davvero l’Ultimo tabù, oramai l’unico tabù in un consesso di segni distratti e sparsi da Contatti, non individui, non persone, ma contatti in «luoghi/ asfittici zeppi stipati/ di vuoto compresso/ di vita trasposta/ mostrata in ritagli/ tradita» (Solitudine social). La poesia di Gabriella Grasso di quel dolore si veste, di quel dolore trasporta, con le immagini e i suoni, l’esplodere, come di eruzione vulcanica, e il permanere, pietra dura dopo che la ferita ha smesso di pulsare: «Perché il dolore resiste/ e imbarazza/ e smarrisce/ e rimane, tra i tanti/ relitti di idee/ che ci siamo lasciati alle spalle/ l’unico vero/ sconcertante/ tabù» (Ultimo tabù).
continua in: Nota e scelta di testi di Anna Maria Curci, in Poeti del Parco


Ci sono realtà che si lasciano raccontare nell’immediatezza ed è nell’immediatezza del suo presente che l’autrice accarezza dolori, sofferenze, nostalgie e, forse, rimpianti. L’immediatezza come modo di fissare le immagini affinché possano rimanere vivide, rimandando quel riflesso di sequenze ormai incastonate nel passato. Tra i rimpianti nostalgici di ieri e l’ignoto del domani si colloca la dimensione personale dell’autrice ove ella disegna il suo stare, il suo adagiarsi, il ricercare il senso del suo essere, per alcuni versi inquieto ma anche pacato. È quel luogo che può diventare altro. Quel luogo eccedente che, abbandonata la pura riflessione, diviene dialogo, alterità. E il luogo dove poi avviene il possibile, di cui l’autrice parla nei suoi versi, è proprio quello di confine che, per quanto sfumato, porta con sé le tracce di un contatto con l’altro, con il mondo, la natura, il trascendente
… continua in: Recensione e intervista all’autrice, di Teresa Laterza, in Scrittura viva


«“Quale confine” raccoglie alcune delle poesie dei miei ultimi quattro-cinque anni», ha detto Gabriella Grasso a Letteratitudine. «Nascono da un’esperienza di dolore e di crisi, nella quale al disorientamento, al senso di aridità e di vacuità (personale ma sentita anche come “congiunturale”, storica, direi) si sostituisce pian piano l’ascolto di voci che “parlano” dentro e riformulano il presente. Sono tracce di me, delle presenze importanti della mia vita, della mia comunità e dei luoghi in cui ho vissuto o di scenari futuri che ho intravisto. Sono suggestioni che provengono dalla natura, dal vulcano, dal calore dei legami e che mi riconnettono alle mie radici, ma che aprono al contempo orizzonti nuovi, problematici
…continua in: “Quale confine” di Gabriella Grasso: incontro con il poeta, in Letteratitudine news

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