Su “Custodi e invasori”: una recensione e un’analisi di Paolo Pera

In Re[a]daction Magazine del 31 maggio 2021

Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, 2005) di Alfredo Rienzi è un piccolo intrico, forse mai del tutto disbrogliabile. L’opera va letta sotto la lente dataci dal titolo della prima silloge del nostro autore: Contemplando segni (in 7 poeti del Premio Montale, Scheiwiller, 1993). Difatti tra queste pagine un po’ oscure emergono trionfi di sottintesi, simboli e pure una certa malinconia (che è la cifra della poesia dell’autore).

Il libro si apre con una sorta di invito che cela pure un avvertimento: questo libro è (quasi) impossibile!
«Mentimi se in tutto questo sai darmi un luogo un suolo e / – se ti riesce l’addomesticamento di un qualche fuoco o verbo innaturale – / condannami al silenzio, al requiem della regola». Portare alla chiarezza il dettato di Rienzi sarà dunque un affronto al mistero che egli cerca di raffigurare, e questa è un’altra chiave di lettura: l’impenetrabilità formale di questo libro serve a dare un volto a ciò che non può essere colto ma solo tenacemente e sofferentemente ricercato. La prima poesia a comparire dà il titolo all’opera, questa ci fa intravedere la passeggiata del poeta all’interno di un luogo (che non è mai un luogo, ma forse l’esistenza stessa) naturale, nel quale: «hanno indossato forme non sospette custodi ed invasori».

Le creature e il creato lasciano constatare al nostro poeta un segno.
Nel segno si scorge una forza, una presenza: «gabbiani con ali di crocifisso», oppure «Si dice che il rapace fermo in cielo / assuma posa come di spirito santo nelle icone pentecostali». In questo visibile allora sta il bene e sta il male, ben patinati d’invisibile. Tutto prende poi vera forma: «mi facevi osservare le passioni fatte materia». C’è anche una contemplatio della morte quale passaggio ad altra realtà, tormentata però da un certo senso del nulla: «la finestra era il dogma, l’insidiosa violenza del confine».
Ma il nulla non sarà mai un vero non essere che con l’essere non comunica, come voleva Parmenide, semmai un senso di niente che talvolta sta nell’essere, particolarmente di fronte alla caducità del linguaggio: «non c’è vita intermedia tra il nulla e la parola», ciò che viene detto (pur essendo stato vivo, anzitutto nel pensiero) sùbito passa, pare che questa comprensione sappia abbattere il Nostro, proprio per ciò: «è bene abiurare il canto, diffondere il clamore dell’evento!», stare dunque nell’essere anziché dirne, stare in ciò che si annienta anziché sospendersi scrivendone. Ma «è la fine che ingravida il principio», perciò ogni nulla sopraggiunto all’essere darà nuovo essere. Il poeta procede in questo gioco dialettico per tutto il libro: ciò che è detto passa (o non emerge proprio) e il pensiero sembra erroneo, ma tentare la parola è comunque il dovere di chi forgia versi, se non altro per testimoniare questa debolezza.

Un discorso essenzialmente analogo va fatto per la seconda sezione, dove le esigenze del poeta sono le medesime, pure se ora i segni (e le loro presenze) sono del tutto accettati.
Il poeta è «l’iniziato al mistero minimale», mistero che non rivela mai troppo, e da ciò – sfortuna vuole – non si può evadere, né tornare ad alcuna “innocenza materialistica”. Semmai il poeta è evaso (si veda il titolo della terza sezione) proprio dalla condizione materialistica! Il verseggiatore stesso sembrerebbe essere «il demiurgo, l’artefice minimo» della sua ricerca e delle sue spiegazioni, che poi non spiegano mai nulla davvero… Di certo, per chiunque non abbia la consapevolezza di Rienzi, il perdimento terrestre sarà ancora più profondo: le differenze lievi non saranno recepite, e per ogni insidia ci si dovrà affidare «a Dio o al demone riconciliato». Neppure si conosce il proprio nome, anzi il nome – pur essendo l’unica cosa che di noi resta – è quanto meno parla di noi, del nostro essere: il nome è dunque un involucro vuoto che non afferma alcuna identità, già tanto liquida e cangiante. Esso è praticamente un numero di matricola: «Ciò che non puoi cambiare è il nome che pronuncia chi ti chiama».
«Non svelare queste orme mie leggere / io sono specie in via di estinzione / non tutto quel che esiste va mostrato / e quel che sembra vivo indossa vita». Il poeta avvia l’evasione, dicevamo, dall’innocenza della nostra contemporaneità, e quasi – per compassione – la esorta: «Rinnegati! È una questione d’onore». In quest’evasione, al poeta è imposto l’esilio di Caino, almeno spiritualmente: «io ho la condanna inappellabile al non luogo».
L’ultima sezione, Epimnesie, raccoglie infine alcune reminiscenze del passato, famigliari in particolare, per dimostrare quanto era già sparso in tutto il libro: «Forse questo ti potrà consolare: / non c’è limite a quanto può esser cancellato». Forse sì, questo ci consola: l’infinito sta nel finire, dunque; è infinito ciò che finisce.

Poesie tratte dalla silloge


Custodi ed invasori

Brume sull’acqua in fiumi alla confluenza
scambiano antichi amori sul velo dell’immagine riflessa

hanno indossato forme non sospette custodie ed invasori:
gabbiani dalle ali di crocifisso
conoscono le segrete distanze nel cavo della sfera
cormorani dal volo che si chiude
e si dilata all’inviolabile ora senz’ombra e senza luce.

Al dorso è l’ansito di un’orazione per il nume del borgo
dietro la collinetta lieve d’aceri e la strada che porta al regio parco
tra torri si nascondono candele senza fiamma.


***

Sto fermo nella notte innanzi al fiume
dal ponte immagino le curve scure
nell’assoluto nero ne ascolto il modo ininterrotto e inquieto
I flutti che trasportano di un altro inverno nevi.

Scivolano promesse tra gli argini di destra e di sinistra
l’ostinazione di chi mette radici di chi sputa un alibi qualsiasi.

Riposano gli uccelli nella notte e gli altri spiriti alati.

                  Le sentinelle anelano l’aurora, il giaciglio di luce
dove la parola ama la pietà
e la pietà possiederà il silenzio, cautamente ne riempirà la coppa
delle mani, come d’acqua di fiume,
veleno, pianto non più trattenuto.

Giungerà inavvertito un altro legno abbandonato al mare.

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