Ricordando Patrizia Cavalli

Ph: da Patrizia Cavalli, My Poems Won’t Change the World, Penguin Books Ltd, 2018 (dettaglio di copertina)



Patrizia Cavalli nasce a Todi il 17 aprile 1947, è morta il 21 giugno 2022


da: Stefano Giovanardi, in Poeti italiani del Secondo Nocevento. 1945-1995, a cura di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi, I Meridiani Mondadori, 2001, pag. 842-843:

Fin dall’esordio con Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Patrizia Cavalli ha rivelato, rispetto alla lirica coeva, una fisionomia particolarissima: affatto immune sia da tentazioni sperimentali che da travestimenti mistico-analogici (e quindi lontanissima dall’epigonismo avanguardistico come dal neo-orfismo lussureggiante degli anni Settanta), la sua poesia pare resuscitare, più nelle intenzioni e nella poetica che nel disporsi della scrittura, l’immaginario crepuscolare. La dimensione del quotidiano eletto a luogo privilegiato di ispirazione, l’andamento colloquiale del discorso, il pullulare di oggetti “umili”, l’uso della rima con funzioni prevalentemente ironiche, e infine certo discreto protagonismo di un io che insieme si esalta, si compiace e si prende in giro, esibiscono certificati anagrafici difficilmente confondibili; eppure in quell’io, a ben vedere, ha molti tratti in comune col soggetto romantico o neoromantico profondamente infiltrato nella coscienza poetica del Novecento e capace di affiorare improvvisamente alle latitudini più disparate […]
La perseguita “opacità del dettato – peraltro spesso improvvisamente interrotta da immagini e motivi di limpidezza cristallina – diviene fonte di un alone di mistero, di un’indeterminazione tutta connotativa (…) capace di incidere sensibilmente sull’intero processo di significazione.
Pienamente attiva già nella prima raccolta, tale cifra compositiva rimane pressoché costante anche nella successiva produzione della poetessa. Il cielo (1981) segna semmai un certo incremento della tensione analogica, che fa talora conseguire esiti espressionistici prima sconosciuti e ora concretizzati in una ricerca lessicale fortemente orientata (…); e ad esso si contrappone, come per obbligata polarità, un uso ancora più marcato di termini “bassi” e colloquiali a designare oggetti umili e quotidiani (…). Quel che invece resta pressoché immutato, e continua anzi a dettare il tono prevalente della comunicazione, è il registro espressivo della confessione solipsistica e insieme ironica, reso ancor più evidente da quell’accentuarsi della carica espressionistica e al tempo stesso garanzia di leggerezza, di discreto ma sensibile straniamento rispetto al pathos che essa naturalmente veicola.
E ancora quel tono si impone in L’io singolare proprio mio (compreso nella raccolta complessiva Poesie, 1992), e in particolare nel poemetto che non a caso dà il titolo alla raccolta: incapsulato in un gioco battente di endecasillabi e rime, l'”io grammaticale” della Cavalli mette in discussione, proprio nel momento in cui formalmente la esalta, la propria funzione di origine del discorso poetico, irradiando di sé una cauta apoteosi che coincide con un massimo di autoirrisione: ancora un’antinomia irriducibile, che si riproduce nell’intero corpo della raccolta e che continua a scandire, nelle parche tappe del suo compiersi, una delle più originale esperienze “diaristiche” della poesia di secondo Novecento.

Seguiranno, dopo “Poesie (1974-1992)” altre cinque raccolte raccolte di poesia:

  • Le mie poesie non cambieranno il mondo, Einaudi, Torino, 1974.
  • Il cielo, Einaudi, Torino, 1981.
  • L’io singolare proprio mio, Einaudi, Torino, 1992.
  • Poesie (1974-1992), Einaudi, Torino, 1992, raccolta che assomma le tre precedenti.
  • Sempre aperto teatro, Einaudi, Torino, 1999.
  • La guardiana, nottetempo, Roma, 2005
  • Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi, Torino, 2006.
  • Datura, Einaudi, Torino, 2013.
  • Vita meravigliosa, Einaudi, Torino, 2020.



Poesie



Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.

Montagna di luce ventaglio,
paesaggi, paesaggi! come potrò
sciogliere i miei piedi, come
discendere – regina delle rupi
e degli abissi – al passo involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove andrò a mangiare?

(da Le mie poesie non cambieranno il mondo, 1974)




Avevo cominciato con l’allegro:
ricomincio da capo il concertino
– forse ho imparato male la mia parte
o forse è solo distrazione momentanea,
qualche nota prima qualche nota dopo
sempre alla stessa frase mi interrompo.
Intanto le pulci si fanno vedere
sui pantaloni – per questo io li porto bianchi –
e ogni punto scuro, anche un’ala di cenere,
lo afferro di sorpresa e lo distruggo.
Dal pavimento sale la polvere e sento
il suo odore a ogni altezza, basta muoversi
un poco, sbattere un piede, rigirarsi;
e ritrovo un asciugamano in cucina,
le tazze in camera da letto.
A questo mio universo stabile
permetto ogni rovina, ogni disordine:
basterebbero tre ore di lavoro
e tutto a posto, ma io mi siedo
e immagino l’andante sostenuto.

(da Il cielo, 1981)




Ah smetti sedia di esser così sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono. Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati..
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

(da Poesie 1974-1992, 1992)




La guardiana
III.


Quando io svegliandomi al mattino entravi
nella costituzione dei pensieri
che in fraseggio infinito compitavano
gli enigmi da risolvere, i sacrifici e i doni
che avrei deposto sulla soglia stretta
del tuo così diversamente ingombro
mattino di fretta e di faccende, da cui
usciva, senza che mai davvero io
la vedessi, quel solito rumore
di porta che si chiude, disperando
di me ostinata artefice di deluse chiavi,
cercavo la mia perduta grazia, quell’infanzia
che in armonia cedevole ascoltava.
Ero colpevole. Di non saper raggiungere
per troppa mira la chiusa morbidezza
del tuo cuore: passando per la mente,
sì, con le parole, le valorose mie nobili
scudiere, cui avevo sempre dato
immenso credito – che a loro era passata
la gloria delle chiavi. E adesso che cos’erano
se non le vuote prove di un avvocato
che voglia impratichirsi del mestiere?
Un’impotente e macchinosa avvocatura
per rendermi ai tuoi occhi, e ai miei,
meno colpevole. Di non saper trovare
la porta che non c’era, quella sognata porta
che ti chiudeva centuplicata in bene,
che anche tu, guardiana stanca, sapevi
che non c’era, ma che anche tu sognavi,
sperando che le chiavi, la faticosa
virtù delle mie chiavi facesse esistere
quello che non c’era, che se io avessi inventato
il suono giusto, il giusto combinarsi
di parole, fossi riuscita nella
descrizione, saremmo entrate in due
in quell’invenzione. Per poi scoprire
che il piacere non ha porte e che
se mai l’avesse stanno aperte, che
potevamo allora rimanere fuori
sfornite e arrese tutte e due alla pari
giocando io alla porta e tu alle chiavi.

(da La guardiana, 2005)




No, io non posso amare quel che sei,
quello che sei è in verità uno sbaglio.
C’è in te però una grazia che oltrepassa
quello che tu in ostinatezza sei.
Qualche cosa che è tuo e non ti appartiene,
che è in te origine ma da te diviso,
che a te si accosta cauto, spaventato
del suo stesso incontenibile splendore.

(da Pigre divinità e pigra sorte, 2006)




Datura

Ma io non voglio andarmene così,
lasciando tutto come ho trovato
in questa scialba geografia che assegna
l’effetto alla sua causa e tutti e due consegna
all’umile solerzia dell’interpretazione.
Un altro è il mio progetto, la mia ambizione
è accogliere la lingua che mi è data
e, oltre il dolore muto, oltre il loquace
suo significato,   giocare alle parole
immaginando, senza un’identità,
una visione. Come di fronte a un fiore
di datura, a quel suo giallo
non propriamente giallo, crema piuttosto,
la stessa crema che ha la pesca bianca,
con brividi di verde trasparente,
ma delicati, piccoli,
il modo di morire al terzo giorno
o meglio, di seccarsi plissettandosi,
pelle di daino, straccetto, guanto,
ala di pipistrello acciaccato, riccioli, rostri,
questa bellezza propriamente sua,
che tutto ciò in se stesso non ci pensi
neppure alla lontana a poter essere
una soltanto di tutte queste cose
che dipenda da me la sua apparenza,
che ne sia io la sola responsabile,
questa è la gioia fiera del mio compito,
qui è il mio valore. Io valgo più del fiore.

(da Datura, 2013)




I nostri alberi non settentrionali
hanno foglie leggere e molto fitte,
vibranti nel dettaglio e pronte a rivelare
il loro lato argenteo, segreto,
solo sfiorate da un qualsiasi vento.
Senza peso sul ramo, ma ornamento,
sono le prime a muoversi, le ultime a star ferme
in quella oscillazione che acconsente
forte all’inizio e poi quasi incosciente.

(da Vita meravigliosa, 2020)















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