Luigi Di Ruscio: cinque poesie da “L’ultima raccolta”

Ph: Manifesto del film La neve nera -Luigi Di Ruscio a Oslo un italiano all’inferno, di Paolo Marzoni (dettaglio)


da Luigi di Ruscio, L’ultima raccolta, Manni, 2002


CXVIII

L’ultima poesia iscritta tanto faticosamente
riprendere fiato ad ogni parola
squadrare sul vocabolario quella parola introvabile
il tutto era così luminoso intatto e mi sentivo sporco contaminato
non facevo che immergermi nella vasca
tutta quella neve esposta ad un sole precoce
tutta questa gente esposta alla morte
vivrai una vita immortale solo se vivi continuamente nel consueto nell’ovvio
muore ci è veramente vivo ed è continuamente nell’irripetibile
le ripetizioni l’ovvio il consueto sono cose senza tempo eterne

chi vive veramente è in un’estrema fragilità
il miracolo è avvenuto la cosa non sarà più ripetuta
appena si è mostrata è finita per sempre

(pag. 12)


CXXII

se non fossero esistite quelle notti terribili
non avrei potuto scrivere una riga
l’urlo può essere bello
ma non ha nulla a che fare con l’arte
poi quando uno alza la voce è difficile capirlo
scrivono poesie come fossero dei grandi uomini
con le gambe per terra e la testa nel profondo del cielo
si tratta quasi sempre dell’infatuazione ottica
causata dagli antidepressivi
normalmente chi scrive poesia
è più debole della media nazionale
ha una vita difficile sofferta
più che un gigante veggente
è il cardellino accecato nella gabbietta
e non era affatto necessario
tagliarli anche le ali


(pag. 15)




CCXXVIII

scrutare tutti quei crateri lunari
freddissimo ghetto i vetri s’invetriano d’invetriato gelo
il mio plasma s’invetria sullo specchio
gli occhi dalle lacrime latrati
i fiori di una invetriata botanica
che sparirà ai dolci tepori della primavera
se non lo avessi scritto io in tutto l’universo
non ce ne sarebbe stato un altro capace di scrivere tutto
e tutta questa angoscia da scrivere
è l’unica dolcezza che ci è rimasta da vivere
e il vedere il negativo è l’unica positività rimasta


(pag. 99)




CCLII

non c’erano più seguaci delle tenebre
erano tutti dei poveri disgraziati
tormentati dagli incubi di essere nella bocca di satana
il sottoscritto per le sue poesie approssimate
era stato proclamato un condannato
alla disperazione e alla morte
ero ormai un loro incubo
sognavo che ero morto
facevo sforzi disperati per sciogliermi e risuscitare
non riuscivo a muovere più niente
nonostante gli sforzi atroci di una coscienza nobilissima
gli occhi persistevano a vedere l’ossessione del tutto


(pag. 116)




CCXCVII

ed eccomi con una voglia matta di scrivere
sino a riversarmi sulle carte
c’era un progetto che nascondevo anche a me stesso
tutti i miei versi che si diffondevano per puro contagio
come fogli della più pericolosa clandestinità
tutti quei pomeriggi con le lettere che precipitavano
sulle carte in ingorghi gioiosi
alla ricerca dell’emblema dello spirito nostro

(pag. 152)







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