Poesia malgascia: una poesia di Jean-Joseph Rabearivelo

Immagine da: Complete Late Poetry of Jean-Joseph Rabearivelo, Edited and translated by  Leonard Fox, Edwin Mellen Press Ltd, 2010, dettaglio di copertina


Jean-Joseph Rabearivelo (Antananarivo, 4 marzo 1903 – Antananarivo, 22 giugno 1937) è stato un poeta e scrittore malgascio. Primo vero poeta africano, considerato il padre della letteratura del Madagascar, seppe conciliare la tradizione francese con la tradizione malgascia. Dopo aver pubblicato diverse raccolte poetiche in forma classica, La coppa di ceneri (1924) Selve (1927), Volumi (1928), adattò al verso libero francese le forme della poesia malgascia in opere quali Quasi sogni (1934), Canti per Abeone (1937). Scrisse in malgascio novelle e saggi sulla civiltà e la letteratura dei Merina, alla cui tradizione si ispira l’opera teatrale Imaitsoanala, figlia d’uccello (1935).
Si pensa che la delusione per non poter visitare la Francia di cui ammirava così a lungo i poeti, unita a un temperamento malinconico e alla tossicodipendenza, furono le cause del suicidio di Rabéarivelo nel 1937, all’età di 34 anni, lasciando un diario (Calepins bleus, ed. parziale, 1938) e una raccolta di hain-teny, ballate tradizionali malgasce (Vieilles chansons des pays d’Imerina, 1939). Si impose all’attenzione grazie all’Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache de langue française (1948) di Léopold Sédar Senghor.

Il mondo mitico che Rabéarivelo crea nella sua poesia è un mondo intensamente personale dominato da visioni di morte, catastrofe e alienazione, tutte mitigate solo occasionalmente dalla speranza di salvezza o risurrezione. L’impressione generale è quella di un altro mondo surreale in cui oggetti naturali come uccelli, alberi, stelle, mucche e pesci hanno emozioni umane e le figure umane sembrano cosmiche o semidivine. (da Pagine Dephi)


I cactus

Moltitudine di mani
con fiori rivolti al cielo ciano
inondato di mani senza dita
fisse nel vento
alcune sorgenti cave
scorrono nelle palme scintillanti
che irrigano il fitto bestiame
i trafficati mutevoli sentieri
degli uomini del confine meridionale.
 Mani senza dita, affusolate;
impronte di mani, corone del cielo.
Quando i fianchi della Città erano verdi,
verdi come le foglie illuminate dai raggi della luna,
quando le colline di Iarive erano spoglie,
spoglie come i fianchi di un toro,
si nascondevano su rocce troppo scoscese per le capre
trattenendo le sorgenti,
lebbrosi ricoperti di fiori.
 Sradica la fonte della loro deformità
nelle cave dalle quali provenivano 
una fonte più scura della sera
e più inoltrata del mattino –
e tu troverai quello che so:
il sangue della terra, sudore delle rocce
e sperma del vento,
fermentando nelle loro palme,
hanno corrotto le dita
e indossato invece fiori dorati.


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